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IL CASO MAJORANA PELIZZA

Raggio della morte, energia infinita, antimateria:
in un libro della ONE BOOKS
l’inchiesta giornalistica
sui misteri della storia incredibile e controversa
di una macchina diventata leggenda

(2022)

di Rino Di Stefano

 

Il caso Majorana-Pelizza (Prima di copertina) Il caso Majorana-Pelizza (Quarta di copertina)

 

Questo libro è un’inchiesta giornalistica su uno dei fatti di cronaca più incredibili e controversi accaduti a cavallo tra il Novecento e gli anni Duemila: il caso Majorana-Pelizza. Molti, pur di non prendere in considerazione gli eventi di cui si parla, preferirebbero ignorarlo e archiviare il tutto. Sarebbe molto più semplice e non si creerebbero problemi di difficile soluzione. Ma se soltanto vogliamo attenerci ai fatti, ed analizzare le circostanze in cui certi avvenimenti hanno avuto luogo, allora una riflessione si impone. Il motivo per cui mi sono interessato di questo caso non è stato spontaneo da parte mia. Ovviamente sapevo chi fosse Ettore Majorana, ma ignoravo completamente la figura di Rolando Pelizza. E non so davvero se la mia strada si sarebbe mai incrociata con quella di queste due persone se qualcuno, con una scusa, non mi avesse coinvolto. Non ho mai conosciuto l’identità di questo qualcuno. Certamente, però, si tratta di una o più persone che professionalmente mi conoscevano e che, intenzionalmente, mi hanno scelto per portare avanti le indagini su un caso che avrebbe fatto desistere più di un giornalista. E’ stata una scommessa e devo ammettere che l’hanno vinta loro. Come racconto nel libro, tutto iniziò nel gennaio del 2009 con una email. La persona che me la inviò è stato il messaggero cui era stato affidato il compito di contattarmi. Da lì è iniziato il percorso che si è concluso solo nel gennaio del 2022 con la morte di Rolando Pelizza.

In un primo tempo non volevo scrivere un libro su questa storia. Di solito, quando si affronta un argomento così controverso, si cerca un qualche elemento che ne giustifichi il finale. E comunque dei fatti concreti e inequivocabili che possano delineare, nei confini della razionalità e del buon senso, la realtà di ciò che è accaduto. Non è questo il caso. In questa intricatissima vicenda, che spesso vede sul palcoscenico della cronaca personaggi politici e scientifici di primo livello, la verità e il mistero si confondono in continuazione, rendendo tutto discutibile e precario. Se poi si aggiunge la scarsa ragionevolezza del protagonista principale, che spesso si comportava in modo istintivo e motivato più da questioni di principio che da riflessioni razionali, si ottiene una storia ricca di colpi di scena, ma del tutto priva di logica. Come, purtroppo, lo è spesso la realtà che ci circonda tutti i giorni.

Come ho specificato fin dalle prime pagine del libro, non ho scritto una biografia. Chi fosse interessato a saperne di più sulla vita di Rolando Pelizza, può leggere il libro di Alfredo Ravelli. Io ho condotto un’inchiesta durata 13 anni e le mie finestre sul passato, che di tanto in tanto dovevo aprire per rendere più comprensibile il racconto, si sono avvalse dei documenti che lo stesso Ravelli mi ha donato quando mi ha fatto visitare il suo prezioso archivio.

Non nascondo che le mie indagini a volte mi hanno portato su una linea diversa da quella proposta dallo stesso Pelizza. L’uomo, infatti, continuava a dire che era tenuto al segreto e certe cose non le poteva spiegare. Solo che io non prendevo direttive da lui, anzi. Lo ringraziavo quando mi forniva qualche prova, ma di fatto seguivo la mia strada. Prendiamo l’esistenza di Majorana, per esempio. Pelizza sosteneva che nel 1938, quando lo scienziato siciliano decise di scomparire, si rifugiò in un convento. E lì rimase per il resto della sua vita. O almeno fino al suo presunto rapimento da parte di alcuni uomini armati nel 2006. Da tener presente che quell’anno Majorana avrebbe avuto la ragguardevole età di cent’anni. Tuttavia Pelizza si è sempre rifiutato di dire in quale convento Majorana si trovasse, non smentendo mai la leggenda che quell’istituto religioso fosse l’Eremo di Serra San Bruno, sull’Aspromonte calabrese. Del resto, anche Leonardo Sciascia aveva fatto capire che proprio in quello storico convento potesse trovarsi lo scienziato scomparso. A me, però, i conti non tornavano. Pelizza, infatti, sosteneva che nel corso degli anni era andato decine e decine di volte a trovare il suo “Maestro” in convento. Soprattutto dal 1958, anno in cui lo avrebbe conosciuto, fino agli anni Settanta. Il problema era che Pelizza abitava a Chiari, in provincia di Brescia, distante (fonte Google Maps) 1178 km (previsione del viaggio: 12 ore di auto) dall’Eremo di Serra San Bruno. Troppo distante per uno che sosteneva di recarsi spesso in quel convento. Una volta tanto ci poteva anche stare, tutte quelle volte no. A confermare il mio dubbio che qualcosa non funzionava in questo racconto, è stato un grossolano fotomontaggio che un religioso fece per ingannare coloro che, eventualmente, in futuro avessero voluto indagare sulla storia di Pelizza. Si trattava di una fotografia dove si vedevano Majorana e Pelizza in posa, lungo il chiostro di un convento. Quella foto, che Pelizza voleva far sparire perché non era mai stato d’accordo con l’iniziativa, finì invece nelle mani di un suo collaboratore, che la volle pubblicare nel suo sito. Come recita un vecchio proverbio, il diavolo fa le pentole ma non i coperchi. Ebbene una lettrice, guardando quell’immagine, si accorse subito che era artefatta e mi scrisse. Per farla breve, cominciai a fare le mie ricerche e alla fine trovai proprio il posto utilizzato per ambientare lo scatto: il convento della Certosa di Calci, a Pisa. Quel convento rimase aperto fino al 1969-70, quando tutti i religiosi vennero trasferiti all’Eremo di Serra San Bruno, sull’Aspromonte, che appartiene allo stesso ordine monastico. Adesso i locali della Certosa di Calci sono la sede di un Museo di Storia Naturale. A quel punto tutto collimava. Quel 27 marzo 1938, quando Majorana decise di scomparire uscendo dal porto di Napoli, non avrebbe preso un treno diretto al Sud, bensì uno per il Nord. Ed è da Pisa che si sarebbe diretto al convento della Certosa di Calci. E’ tra quelle mura che Pelizza lo avrebbe conosciuto nel 1958, frequentandolo poi assiduamente. Infatti Chiari dista da Calci 310 km (previsione del viaggio: 3 ore e 26 minuti di auto), una distanza ben più ragionevole rispetto ai 1178 km dell’Aspromonte. A quel punto dovevo essere sicuro e quindi decisi di affrontare Pelizza e chiedergli se la mia teoria fosse giusta o meno. Quando gli raccontai tutto, e gli feci vedere le foto, l’uomo fu preso da un forte imbarazzo. Non sapeva che cosa dire, né sapeva spiegarsi come mai io ero giunto a quella conclusione. Alla fine mi raccontò tutto: ammise il fotomontaggio (che, ribadì, un religioso aveva fatto senza il suo consenso), disse che il suo “Maestro” si era nascosto proprio in quel convento e che gli aveva fatto promettere che mai, per nessuna ragione, avrebbe rivelato il nome di quel convento. Infatti, se si fosse saputo, si sarebbe anche potuto ricostruire l’iter che Majorana aveva seguito per allontanarsi dalla vita pubblica. In effetti, Pelizza non disse mai il nome di quel convento. Fui io a proporglielo. E mi pregò di non rivelare a nessuno quanto avevo scoperto. Lo sto facendo adesso perché l’ho scritto nel libro, come del resto diverse altre cose di cui non si è mai saputo nulla. Tra l’altro, in seguito trovai anche la testimonianza di una ragazza che negli anni Trenta era uscita alcune volte con Majorana mentre lui si trovava a Firenze. Pare, infatti, che lo scienziato conoscesse piuttosto bene la Toscana.

Altre conferme della presenza di Majorana in questa storia vengono dalle perizie di tipo calligrafico e fotografico che vennero effettuate rispettivamente dalla dottoressa Chantal Sala e dall’ingegner Michele Vitiello, titolare dello Studio Ingegneria Informatica Forense di Brescia, entrambi periti forensi. Le perizie confermarono, secondo precisi criteri tecnico-scientifici, che le lettere e le fotografie che saltarono fuori nel 2014 erano da attribuirsi alla persona di Ettore Majorana.

Passando ad un altro argomento, poco o nulla si sa di quanto la Svizzera abbia a che fare con questa vicenda. Nel libro racconto diverse cose di cui, al momento, nessuno sa assolutamente nulla.

Un altro aspetto controverso di questa storia riguarda la presenza della famosa macchina che sarebbe stata in grado di annichilire la materia, riscaldarla e trasmutarla. Come spiego piuttosto diffusamente nel libro, quella macchina non era una favola. Nel senso che esisteva e che fece nascere realmente l’interesse di almeno tre governi: quello italiano, quello americano e quello belga. Abbiamo anche una documentazione scientifica che ci rivela come venne collaudata e quale tipo di energia sarebbe stata in grado di generare. Tutto questo, però, non può essere sufficiente per spiegare, al di là di ogni ragionevole dubbio, quale fosse la fisica che muoveva quello strumento, come funzionava e quali fossero le sue effettive potenzialità. Anche perché, se non vogliamo cadere nella trappola della fantascienza, qualunque tecnologia, per poter essere definita tale, deve avere una sua spiegazione scientifica e, operativamente, deve essere ripetibile. Un documento controverso è appunto il video della trasmutazione, da materiale plastico in oro puro, che Pelizza avrebbe realizzato con metodi amatoriali nel 1992. Quel video è stato periziato due volte, ai massimi livelli possibili, ed è stato riconosciuto come autentico e non manipolato in alcun modo. Seguendo calcoli matematici alquanto banali, ma non scontati, viene fuori che quanto Pelizza mostra nel filmato (girato con telecamera a nastro magnetico) in effetti sarebbe proprio oro puro. Ma non può davvero essere un semplice video ad affermare un’eventuale operazione scientifica così eclatante. Ecco, ciò che manca è proprio l’analisi e lo studio su quella presunta macchina.

Per finire, alcuni mesi prima di morire, Pelizza mi consegnò una medaglietta della Madonna Miracolosa che, sosteneva, egli stesso avrebbe trasmutato da metallo vile in oro per il Vaticano. La chiamava “la prova definitiva” e ne avrebbe trasmutato circa 43 mila pezzi, senza pretendere nulla dalla Santa Sede. Mi è bastato un semplice controllo per accertare che quella medaglietta era realmente d’oro e non conteneva i due marchi che, per legge, ogni oggetto di metallo prezioso in vendita deve avere: quello dell’impresa produttrice e quello della caratura. Secondo la legge italiana, se si porta un oggetto d’oro a un qualunque professionista perché lo esamini, e si scopre che quell’oggetto non ha i due marchi prescritti dalla legge, il professionista è obbligato a sequestrarlo e ad avvertire subito l’autorità giudiziaria. Dunque, come si può fare per stabilire se un qualunque oggetto sia realmente d’oro puro al 100%, come diceva Pelizza, e quindi con una percentuale che in natura non esiste? Insomma, fino all’ultimo tutto resta in dubbio e senza certezza alcuna. In un successivo incontro ovviamente gli ho restituito la sua medaglietta.

Quando il 23 gennaio 2022 il Covid si è portato via Pelizza, con lui se n’è andata la speranza di un qualunque chiarimento sulla sua storia. Crederci o non crederci non serve a niente: l’importante è prendere atto che qualcosa di inspiegabile sia veramente accaduto tra il Novecento e gli anni Duemila. Un grosso dubbio, però, riguarda i documenti che erano in possesso di Pelizza. Dove li ha nascosti? In quelle carte ci sarebbe anche il Codice Majorana, cioè il libro di circa duecento pagine, tutto scritto a mano, che lo scienziato gli avrebbe affidato per spiegargli la fisica della mitica macchina. Ma non solo: come spiegava lo stesso Pelizza (ma non c’è alcuna prova che lo certifichi) egli nel 9 Giugno 2007 si sarebbe incontrato a Roma addirittura con il presidente americano George W. Bush per firmare un dettagliatissimo contratto di collaborazione con il governo USA. Pelizza sosteneva di avere una copia autenticata di quel contratto, ma nessuno l’ha mai vista. Lo stesso discorso vale per almeno un paio di lettere che Majorana avrebbe inviato a Pelizza dagli Stati Uniti, dove (diceva lui) vivrebbe sotto mentite spoglie. Me le ha fatte vedere e leggere, ma si è rifiutato di darmene una copia. Lettere che comunque non sono mai state periziate, per cui non costituiscono prove di alcun genere. La domanda dunque è: dove sono nascosti tutti questi documenti? Ammesso che esistano, naturalmente. Non solo: alcune testimonianze sostengono che Pelizza avrebbe costituito una specie di staff segreto, con il quale si sarebbe incontrato periodicamente per portare avanti le sue ricerche. Chi sono questi signori? E dove sarebbero? Ovviamente nessuno può rispondere, anche perché Pelizza manteneva contatti con più persone che non si conoscevano tra di loro. Per cui gli uni ignoravano l’esistenza degli altri. E questo modo di fare disturbava parecchio soprattutto gli amici veri di una vita, cioè coloro che lo avevano sempre aiutato e adesso scoprivano di essere stati scavalcati da ignoti individui di cui nessuno ha mai saputo nulla. Pelizza, infatti, aveva anche questo raro tipo di amici. Insomma, con quell’uomo i segreti non finivano mai.

Chissà, dunque, se in un prossimo futuro qualcuno sarà in grado di dire una parola in più su tutto questo. Per il momento sono solo interrogativi senza risposta.

 

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Dettagli del libro (Edizione cartacea):

Copertina flessibile: 496 pagine
Editore: One Books
Data di pubblicazione: 6 Dicembre 2022
Lingua:
Italiano
ASIN: B0BP9VXG7N
ISBN-13: 9791255280057
Prezzo di listino: €18,00

Per ottenere il libro in edizione cartacea,
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Eccone alcuni:

 

Dettagli del libro (Edizione digitale eBook):

Formato: Kindle
Dimensione file:
2763 KB
Editore:
One Books
Data di pubblicazione:
8 Dicembre 2022
Lingua:
Italiano
ASIN: B0BPMQQDVJ
Prezzo di listino: €9,99

Per ottenere il libro in edizione eBook formato Kindle,
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