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Tra i documenti di un imprenditore bresciano, amico e sostenitore del protagonista di questa vicenda, nuovi oscuri aspetti di una storia
sempre più incredibile e controversa
Questo libro è un’inchiesta giornalistica su uno dei fatti di cronaca più incredibili e controversi accaduti a cavallo tra il Novecento e gli anni Duemila in Italia: il caso Majorana-Pelizza. Molti, pur di non prendere in considerazione gli eventi di cui si parla, preferirebbero ignorarlo e archiviare il tutto. Sarebbe molto più semplice e non si creerebbero problemi di difficile soluzione. Ma se soltanto vogliamo attenerci ai fatti, ed analizzare le circostanze in cui certi avvenimenti hanno avuto luogo, allora una riflessione si impone. Il motivo per cui mi sono interessato di questo caso non è stato spontaneo da parte mia. Ovviamente sapevo chi fosse Ettore Majorana, ma ignoravo completamente la figura di Rolando Pelizza. E non so davvero se la mia strada si sarebbe mai incrociata con quella di queste due persone se qualcuno, con una scusa, non mi avesse coinvolto inviandomi un misterioso dossier. Non ho mai conosciuto l’identità di questo qualcuno. Certamente, però, si tratta di una o più persone che professionalmente mi conoscevano e che, intenzionalmente, mi hanno scelto per portare avanti le indagini su un caso che avrebbe fatto desistere più di un giornalista. E’ stata una scommessa e devo ammettere che l’hanno vinta loro. Come racconto nel libro, tutto iniziò nel gennaio del 2009 con una email. La persona che me la inviò è stato il messaggero cui era stato affidato il compito di contattarmi. Da lì è iniziato il percorso che si è concluso solo nel gennaio del 2022 con la morte di Rolando Pelizza. Successivamente sono saltate fuori altre notizie e la mia inchiesta si è arricchita di nuovi capitoli.
In un primo tempo non volevo scrivere un libro su questa storia. Di solito, quando si affronta un argomento così controverso, si cerca un qualche elemento che ne giustifichi il finale. E comunque dei fatti concreti e inequivocabili che possano delineare, nei confini della razionalità e del buon senso, la realtà di ciò che è accaduto. Non è questo il caso. In questa intricatissima vicenda, che spesso vede sul palcoscenico della cronaca personaggi politici e scientifici di primo livello, la verità e il mistero si confondono in continuazione, rendendo tutto discutibile e precario. Se poi si aggiunge la scarsa ragionevolezza del protagonista principale, che spesso si comportava in modo istintivo e motivato più da questioni di principio che da riflessioni razionali, si ottiene una storia ricca di colpi di scena, ma del tutto priva di logica. Come, purtroppo, lo è spesso la realtà che ci circonda tutti i giorni.
Come ho specificato fin dalle prime pagine del libro, non ho scritto una biografia. Chi fosse interessato a saperne di più sulla vita di Rolando Pelizza, può leggere il libro del suo biografo Alfredo Ravelli. Io ho condotto un’inchiesta durata 17 anni e le mie finestre sul passato, che di tanto in tanto dovevo aprire per rendere più comprensibile il racconto, si sono avvalse dei documenti che lo stesso Ravelli mi ha donato quando mi ha fatto visitare il suo prezioso archivio.
Non nascondo che le mie indagini a volte mi hanno portato su una linea diversa da quella proposta dallo stesso Pelizza. L’uomo, infatti, continuava a dire che era tenuto al segreto e certe cose non le poteva spiegare. Solo che io non prendevo direttive da lui, anzi. Lo ringraziavo quando mi forniva qualche prova, ma di fatto seguivo la mia strada. Prendiamo l’esistenza di Majorana, per esempio. Pelizza sosteneva che nel 1938, quando lo scienziato siciliano decise di scomparire, si rifugiò in un convento. E lì rimase per il resto della sua vita. O almeno fino al suo presunto rapimento da parte di alcuni uomini armati nel 2006. Da tener presente che quell’anno Majorana avrebbe avuto la ragguardevole età di cent’anni. Tuttavia Pelizza si è sempre rifiutato di dire in quale convento Majorana si trovasse, non smentendo mai la leggenda che quell’istituto religioso fosse l’Eremo di Serra San Bruno, sull’Aspromonte calabrese. Del resto, anche Leonardo Sciascia nel suo “La scomparsa di Majorana” aveva fatto capire che proprio in quello storico convento potesse trovarsi lo scienziato scomparso. A me, però, i conti non tornavano. Pelizza, infatti, sosteneva che nel corso degli anni era andato decine e decine di volte a trovare il suo “Maestro” in convento. Soprattutto dal 1958, anno in cui lo avrebbe conosciuto, fino agli anni Settanta. Il problema era che Pelizza abitava a Chiari, in provincia di Brescia, distante (fonte Google Maps) 1178 km (previsione del viaggio: 12 ore di auto) dall’Eremo di Serra San Bruno. Troppo distante per uno che sosteneva di recarsi spesso in quel convento. Una volta tanto ci poteva anche stare, tutte quelle volte no. A confermare il mio dubbio che qualcosa non funzionava in questo racconto, è stato un grossolano fotomontaggio che un religioso fece per ingannare coloro che, eventualmente, in futuro avessero voluto indagare sulla storia di Pelizza. Si trattava di una fotografia dove si vedevano Majorana e Pelizza in posa, lungo il chiostro di un convento. Quella foto, che Pelizza voleva far sparire perché non era mai stato d’accordo con l’iniziativa, finì invece nelle mani di un suo collaboratore, che la volle pubblicare nel suo sito. Come recita un vecchio proverbio, il diavolo fa le pentole ma non i coperchi. Ebbene una lettrice, guardando quell’immagine, si accorse subito che era artefatta e mi scrisse. Per farla breve, cominciai a fare le mie ricerche e alla fine trovai proprio il posto utilizzato per ambientare lo scatto: il convento della Certosa di Calci, a Pisa. Quel convento rimase aperto fino al 1969-70, quando tutti i quindici religiosi che vi abitavano vennero trasferiti in altri conventi, soprattutto all’Eremo di Serra San Bruno, sull’Aspromonte, che appartiene allo stesso ordine monastico. Adesso i locali della Certosa di Calci sono la sede del Museo di Storia Naturale dell’Università di Pisa. A quel punto tutto collimava. Quel 27 marzo 1938, quando Majorana decise di scomparire uscendo dal porto di Napoli, non si sarebbe diretto al Sud, bensì al Nord. E avrebbe preso un treno oppure, più verosimilmente, un altro traghetto diretto a Livorno. Ed è da lì che poi sarebbe stato portato nel convento della Certosa di Calci. E’ tra quelle mura che Pelizza lo avrebbe conosciuto nel 1958, frequentandolo poi assiduamente. Infatti Chiari dista da Calci 310 km (previsione del viaggio: 3 ore e 26 minuti di auto), una distanza ben più ragionevole rispetto ai 1178 km dell’Aspromonte. A quel punto dovevo essere sicuro e quindi decisi di affrontare Pelizza e chiedergli se la mia teoria fosse giusta o meno. Quando gli raccontai tutto, e gli feci vedere le foto, l’uomo fu preso da un forte imbarazzo. Non sapeva che cosa dire, né sapeva spiegarsi come mai io ero giunto a quella conclusione. Alla fine mi raccontò tutto: ammise il fotomontaggio (che, ribadì, un religioso aveva fatto senza il suo consenso), disse che il suo “Maestro” si era nascosto proprio in quel convento e che gli aveva fatto promettere che mai, per nessuna ragione, avrebbe rivelato il nome di quel convento. Infatti, se si fosse saputo, si sarebbe anche potuto ricostruire l’iter che Majorana aveva seguito per allontanarsi dalla vita pubblica. Ma soprattutto sarebbe emerso il ruolo decisivo che ebbe il Vaticano nella fuga di Majorana. In effetti, Pelizza non disse mai il nome di quel convento. Fui io a proporglielo. E mi pregò di non rivelare a nessuno quanto avevo scoperto. Lo sto facendo adesso perché l’ho scritto nel libro, come del resto diverse altre cose di cui non si è mai saputo nulla. Tra l’altro, in seguito trovai anche la testimonianza di una ragazza, Fiorenza Tebalducci di Pistoia, che negli anni Trenta era uscita alcune volte con Majorana mentre lui si trovava a Firenze. Pare, infatti, che lo scienziato conoscesse piuttosto bene la Toscana.
Altre conferme della presenza di Majorana in questa storia vengono dalle perizie di tipo calligrafico e fotografico che vennero effettuate rispettivamente dalla dottoressa Chantal Sala, perito calligrafico presso il Tribunale di Pavia, e dall’ingegner Michele Vitiello, titolare dello Studio Ingegneria Informatica Forense di Brescia, anche lui perito forense. Le perizie confermarono, secondo precisi criteri tecnico-scientifici, che le lettere e le fotografie che saltarono fuori nel 2014 erano da attribuirsi alla persona di Ettore Majorana.
Passando ad un altro argomento, poco o nulla si sapeva di quanto la Svizzera aveva avuto a che fare con questa vicenda. Solo in un secondo tempo le rivelazioni del professor Carlo Tralamazza hanno chiarito la vita di Pelizza in terra elvetica. Nel libro racconto diverse cose di cui, fino ad ora, nessuno sapeva assolutamente nulla.
Un altro aspetto controverso di questa storia riguarda la presenza della famosa macchina che sarebbe stata in grado di annichilire la materia, riscaldarla e trasmutarla. Come spiego piuttosto diffusamente nel libro, quella macchina non era una favola. Nel senso che esisteva e che fece nascere realmente l’interesse di almeno tre governi: quello italiano, quello americano e quello belga. Abbiamo anche una documentazione scientifica che ci rivela come venne collaudata e quale tipo di energia sarebbe stata in grado di generare. Tutto questo, però, non può essere sufficiente per spiegare, al di là di ogni ragionevole dubbio, quale fosse la fisica alla base di quello strumento, come funzionava e quali fossero le sue effettive potenzialità. Anche perché, se non vogliamo cadere nella trappola della fantascienza, qualunque tecnologia, per poter essere definita tale, deve avere una sua spiegazione scientifica e, operativamente, deve essere ripetibile. Un documento controverso è appunto il video della trasmutazione, da materiale plastico in oro puro, che Pelizza avrebbe realizzato con metodi amatoriali nel 1992. Quel video di 103 minuti è stato periziato due volte, ai massimi livelli possibili, ed è stato riconosciuto come autentico e non manipolato in alcun modo. Seguendo calcoli matematici alquanto banali, ma non scontati, viene fuori che quanto Pelizza mostra nel filmato (girato con telecamera a nastro magnetico) in effetti sarebbe proprio oro puro. Ma non può davvero essere un semplice video ad affermare un’eventuale operazione scientifica così eclatante. Ecco, ciò che manca è proprio l’analisi e lo studio scientifico su quella presunta macchina.
Per finire, alcuni mesi prima di morire, Pelizza mi consegnò una medaglietta della Madonna Miracolosa che, sosteneva, egli stesso avrebbe trasmutato da metallo vile in oro per il Vaticano. La chiamava “la prova definitiva” e ne avrebbe trasmutato circa 145 mila pezzi, senza pretendere nulla dalla Santa Sede. Mi è bastato un semplice controllo per accertare che quella medaglietta sembrava davvero d’oro e non conteneva i due marchi che, per legge, ogni oggetto di metallo prezioso in vendita deve avere: quello dell’impresa produttrice e quello della caratura. Secondo la legge italiana, se si porta un oggetto d’oro a un qualunque professionista perché lo esamini, e si scopre che quell’oggetto non ha i due marchi prescritti dalla legge, il professionista è obbligato a sequestrarlo e ad avvertire subito l’autorità giudiziaria. Dunque, come si può fare per stabilire se un qualunque oggetto sia realmente d’oro puro al 100%, come diceva Pelizza, e quindi con una percentuale che in natura, allo stato grezzo, non esiste? Insomma, fino all’ultimo si restava nel dubbio e senza certezze. La soluzione venne qualche tempo dopo, quando ebbi la possibilità di far esaminare in modo completo e scientifico (spettrografico a raggi X e analisi chimico-fisiche) la famosa medaglietta. Ebbene, quegli esami confermarono che l’oggetto era davvero di oro puro nella misura del 99,86%. Il restante 0,14% era invece costituito da 15 metalli diversi, in forme millesimali (alluminio, antimonio, argento, arsenico, cadmio, cobalto, cromo, ferro, mercurio, nichel, piombo, rame, vanadio, zinco e manganese). Insomma, se quella medaglietta fosse davvero il frutto di una presunta trasmutazione, quello ne sarebbe stato il risultato.
Quando il 23 gennaio 2022 il Covid si è portato via Pelizza, con lui se n’è andata la speranza di un qualunque chiarimento sulla sua storia. Crederci o non crederci non serve a niente: l’importante è prendere atto che qualcosa di inspiegabile sia veramente accaduto tra il Novecento e gli anni Duemila. Un grosso dubbio, però, riguarda i documenti che erano in possesso di Pelizza. Dove li ha nascosti? In quelle carte ci sarebbe anche il Codice Majorana, cioè otto grossi libri di migliaia di pagine, probabilmente scritti a mano ma poi trasferiti in Word, che lo scienziato gli avrebbe affidato per spiegargli la fisica della mitica macchina. Abbiamo una foto di quei libri. Ma non solo: come spiegava lo stesso Pelizza (ma non c’è alcuna prova che lo certifichi) egli nel 9 Giugno 2007 si sarebbe incontrato in Vaticano addirittura con il presidente americano George W. Bush per firmare un dettagliatissimo contratto di collaborazione con il governo USA. Pelizza sosteneva di avere una copia autenticata di quel contratto, ma nessuno l’ha mai vista. Lo stesso discorso vale per almeno un paio di lettere che Majorana avrebbe inviato a Pelizza dagli Stati Uniti, dove (diceva lui) vivrebbe sotto mentite spoglie. Me le ha fatte vedere e leggere, ma si è rifiutato di darmene una copia. Lettere che comunque in seguito sono riuscito ad avere, ma non sono mai state periziate. Per cui non costituiscono prove di alcun genere. La domanda dunque è: dove sono nascosti tutti questi documenti? Ammesso che esistano ancora, naturalmente. Non solo: alcune testimonianze sostengono che Pelizza avrebbe costituito una specie di staff segreto, con il quale si sarebbe incontrato periodicamente per portare avanti le sue ricerche. Chi sono questi signori? E dove sarebbero? Ovviamente nessuno può rispondere, anche perché Pelizza manteneva contatti con più persone che non si conoscevano tra di loro. Per cui gli uni ignoravano l’esistenza degli altri. E questo modo di fare disturbava parecchio soprattutto gli amici veri di una vita, cioè coloro che lo avevano sempre aiutato e adesso scoprivano di essere stati scavalcati da ignoti individui di cui nessuno ha mai saputo nulla. Pelizza, infatti, aveva anche questo raro tipo di amici. Insomma, con quell’uomo i segreti non finivano mai.
Uno di questi segreti riguarda un ex Priore che conserva ancora oggi documenti, lettere, foto e video che dimostrerebbero, al di là di ogni ragionevole dubbio, la vita e il lavoro di Ettore Majorana entro le mura di un eremo. Per esempio, come mai quasi tutti i protagonisti di questa inverosimile storia sono andati a trovare questo religioso nella sua residenza in Centro Italia, ma senza mai ottenere nulla? Una vera e propria processione che, nei fatti, non è mai servita a niente. E come mai il Vaticano protegge la figura di questo alto esponente di un Ordine monastico, negandone persino l’esistenza? Non solo. Quanto c’è di vero nei presunti rapporti che questa persona avrebbe intrecciato per decenni con i governi americani, ma soprattutto con la CIA? A dirlo era sempre Pelizza che il Covid, come abbiamo visto, ha tolto di mezzo il 23 gennaio del 2022. Aveva quasi 84 anni.
Ma l’ex Priore, ancora oggi vivo e vegeto, non è il solo personaggio enigmatico di questa storia. Ce n’è un altro che, in quanto a misteri, non è secondo a nessuno. Sto parlando di un alto esponente della Homeland Security americana che sarebbe stato in carica nel corso del periodo di otto presidenti americani. Ed era lui, diceva sempre Pelizza, il suo interlocutore diretto per il governo americano.
Questi due signori, l’ex Priore e l’ex alto esponente dei servizi di sicurezza americani, non sono figure immaginarie. E lo dimostra il fatto che qualcuno, negli anni, ha conservato la corrispondenza che lo stesso Pelizza aveva avuto con loro. E’ da questi documenti, contenuti nell’archivio di Antonio Taini, un imprenditore che fa parte da sempre del piccolo gruppo dei veri protagonisti del caso Pelizza, che nasce la nuova edizione del mio libro “IL CASO MAJORANA PELIZZA” che proprio in questi giorni la MACRO EDIZIONI ha pubblicato.
Taini, la cui famiglia è da otto generazioni leader nell’imprenditoria edile a Brescia, era il migliore amico di Rolando Pelizza fin dall’adolescenza. Amico e sostenitore, nel vero senso della parola. E’ lui che è stato testimone oculare, insieme a pochissimi altri, degli esperimenti fatti da Pelizza fin dai tempi del Baremone. E’ lui che ha sostenuto materialmente e finanziariamente l’amico ogni volta che si è trovato in difficoltà. Ed è sempre lui che ha vissuto, di riflesso, l’incredibile esperienza che Rolando Pelizza sosteneva di avere avuto conoscendo il presunto Ettore Majorana in un convento. Per non lasciare dubbi, i protagonisti di questa storia, tutti ancora in vita, sono Bruno Garavello, Alfredo Ravelli, Antonio Taini e Carlo Tralamazza. Ebbene, Taini nel settembre del 2025 ha voluto donarmi il suo archivio privato contenente centinaia di documenti, lettere, foto, video e contratti relativi alla vicenda di Rolando Pelizza. Un dono inaspettato che, nelle intenzioni di Taini, probabilmente voleva essere il contributo che questo imprenditore lasciava ai posteri tramite un amico giornalista.
Non è stato facile sintetizzare quella documentazione nelle pagine di un libro. Anche perché occorre mettere tutti i fatti in ordine per poterli poi proporre ad un pubblico interessato. Ma anche questo lavoro rientra nei compiti di un giornalista e di un autore che cerca, nei limiti del possibile, di esporre l’incredibile esistenza di un uomo che, per quanto strano possa sembrare a chi non conosce nulla di questa storia, voleva davvero dare un contributo al suo Paese rivelando una tecnologia dalle inimmaginabili potenzialità. Una tecnologia, ribadisco, che non è mai stata provata da una certezza scientifica in grado di dimostrarla.
Al libro di prima, dunque, si aggiungono le novità dell’Archivio Taini che raccontano ulteriormente nuovi aspetti e relazioni nella caotica vita di Rolando Pelizza. Ma, soprattutto, aprono una finestra sugli aspetti meno conosciuti di questa storia, raggiungendo anche confini che non esito a definire fantascientifici. Perché il problema, esponendo una vicenda così controversa e difficile, è quello di doversi misurare con una realtà che supera i limiti di ciò che è comprensibile. Chi avrà la bontà di leggere questo libro, se ne renderà conto da solo.
Ovviamente, tutti i documenti sono riportati nella versione originale. E, come sempre, non perdo tempo nel fare inutili commenti. Sarà il lettore, con il proprio giudizio e raziocinio, a farsi un’idea di quanto ci possa essere di vero in questa incredibile avventura che ha coinvolto l’esistenza di diverse persone, alcune ancora viventi. Il fatto è che ci mancano troppe tessere per completare un puzzle che si preannuncia tanto fantastico quanto testimone di una sconosciuta cronaca vissuta. E sono in molti, in troppi, a volere che questa storia resti per sempre una leggenda…
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Dettagli del libro (Edizione cartacea):
Formato: Copertina flessibile
Editore: Macro Edizioni
Data di pubblicazione: 3 luglio 2026
Edizione: 3ª
Lingua: Italiano
Lunghezza stampa: 640 pagine
ISBN-10: 882851017X
ISBN-13: 978-8828510178
Peso articolo: 744 g
Dimensioni: 13.8 x 3.5 x 20.6 cm
Prezzo di listino: €29,90
Per ottenere il libro in edizione cartacea,
chiedere alle librerie fisiche
o cliccare uno dei seguenti link.
Eccone alcuni:
Per vedere il webinar sul caso Majorana - Pelizza,
moderato da Enrica Perucchietti
e trasmesso in diretta il 4 Aprile 2023
sul canale YouTube di Kosmo TV
YouTube™ Video URL: https://youtu.be/A4JdYSgjWgA
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