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“Gli stregoni della notizia 2°”:
disinformazione e censura
come metodi per governare

In libreria la seconda edizione aggiornata del saggio di Marcello Foa

di Rino Di Stefano

(RinoDiStefano.com, Domenica 10 Giugno 2018)

Copertina del libro “Gli stregoni della notizia, Atto secondo - Come si fabbrica informazione al servizio dei governi” di Marcello FoaE’ difficile immaginare un libro più completo e più chiaro di questo per far conoscere a chiunque come i governi controllino e fabbrichino l’informazione che tutti i giorni finisce nelle nostre case. Sto parlando del volume “Gli stregoni della notizia”, Atto Secondo, Come si fabbrica informazione al servizio dei governi, di Marcello Foa (Guerini e Associati Editori). Per chi non lo conoscesse ancora, Foa è un giornalista professionista di lungo corso, già capo redattore Esteri de Il Giornale e inviato internazionale; ora dirige il Gruppo del Corriere del Ticino e insegna Comunicazione all’Università della Svizzera italiana a Lugano. La prima edizione, pubblicata nel 2006, era già un gran bel libro e forniva al lettore tutti gli elementi utili per comprendere come le notizie che leggeva ogni giorno sui giornali o guardava in televisione, in realtà non erano affatto spontanee, bensì venissero selezionate, manipolate e rese pubbliche da elementi governativi che le utilizzavano a fini di propaganda politica. La seconda edizione, datata febbraio 2018, è ancora più completa e aggiornata anche alle ultime vicende politiche nazionali e internazionali. Gli esempi non si contano e, nella casistica esaminata da Foa, un posto predominante ce l’hanno gli Stati Uniti d’America. Leggendo tutte le informazioni raccontate da Foa, può venire il sospetto che l’autore sia antiamericano. Ma non è affatto così. Come lo stesso Foa afferma in più punti, gli Stati Uniti hanno assunto un tono più propagandistico e manipolatorio dell’informazione negli ultimi decenni, e soprattutto con la presidenza di George W. Bush, portavoce di quei neo conservatori che tanta influenza hanno avuto, e hanno, sull’economia del mondo moderno. Ne sappiamo qualcosa noi in Europa… Dunque, non più gli Stati Uniti liberali e innovativi ai quali siamo sempre stati abituati, bensì un nuovo Paese che tende a distruggere la propria classe media, cercando di importare questa nuova logica in tutto l’emisfero occidentale. In pratica, il tentativo di instaurare un regime dove una selezionata classe di ricchissimi domina su una vasta platea di proletari. Per attuare questo disegno, in parte già realizzato, i governi americani hanno calcato la mano sulla comunicazione e su tutto ciò che trasmette informazione alle masse. Pochi, ad esempio, sanno che fin “dal 1942, il Pentagono ha, proprio a Los Angeles, un ufficio di Marcello Foarappresentanza, al quale registi e produttori di film di guerra possono rivolgersi per qualunque evenienza”. In effetti, questo ufficio ha il compito di impedire che sul grande schermo finiscano film antimilitaristi o che mettano in dubbio l’integrità americana nel corso delle tante guerre che periodicamente gli USA combattono in giro per il mondo. Per esempio, quando Francis Ford Coppola volle realizzare “Apocalypse Now”, dovette andare a girare il suo film a Manila, nelle Filippine. In casa glielo proibirono. Ma il vero controllo sulla cinematografia americana lo svolge la Motion Pictures Association (MPA), la lobby del cinema americano presieduta da decenni da Jack Valenti. Lo scopo di questa associazione è indicare “quali sono gli argomenti, le sensibilità sociali o etniche, i valori culturali, economici o strategici da privilegiare nella scelta dei copioni”. Qual è, dunque, il risultato di questi controlli preventivi che vengono esercitati su ogni film prodotto da Hollywood? “La produzione cinematografica Usa è il risultato della combinazione di queste dinamiche – come osserva il professor Adriano Fumagalli nel suo saggio Creatività al potere. Da Hollywood alla Pixar, passando per l’Italia -  e i suoi orientamenti politici seguono un andamento ciclico: quando al potere ci sono i democratici, prevalgono le pellicole più sociali o buoniste (ad esempio Forrest Gump di Tom Hanks) e quelle di attori più d’avanguardia, come i fratelli Tarantino; quando governano i repubblicani si moltiplicano le pellicole patriottiche (vedi la saga di John Wayne) o, nell’era Bush, quelle a sfondo religioso (come la Passione di Cristo di Mel Gibson). Ma le fluttuazioni non sono estreme e, sia che siano di destra che di sinistra George W. Bushtendono ad assecondare quelli che sono considerati valori condivisi della società USA, soprattutto in campo civico, e ad affermare una visione americano-centrica della vita, dei valori, delle istituzioni”. Del resto, come dice sempre Foa, “nei film la suddivisione tra Buoni e Cattivi è sempre netta: i primi sono gli americani, i secondi sempre gli altri”. Guai, comunque, ad opporsi a questo stato di cose. Come è accaduto nel 2002, in piena era Bush. “Nel clima fortemente patriottico di quel periodo, gli attori e i registi, considerati liberal tacciono sulla guerra in Iraq, e i pochi attori che la criticano, come Sean Penn e George Clooney, pagano un prezzo elevato: i produttori li emarginano dal cast di film importanti”. Questo condizionamento politico sui film è di vecchia data. “Già, perché la desecretazione di alcuni documenti ufficiali, rivelata da due studiosi americani, Matthew Alford e Tom Secker, ha rivelato come l’influenza del Pentagono sia molto più profonda e invasiva di quanto noto finora. Pensate che dal 1911 al 2017, le pellicole sostenute dal Ministero della Difesa USA sono state 814. A queste bisogna aggiungere ben 1.133 produzioni televisive, per un totale di 1.947”. Persino trasmissioni come Master Chef erano sotto il controllo del Pentagono. Inoltre, si sa per certo che “dal 2007 al 2012 c’è lo zampino della CIA in 22 progetti”. Insomma, buona parte dei grandi film USA di fatto sono sponsorizzati dal governo americano in carica in quel momento.
Il libro, come nella sua prima edizione, espone quindi i princìpi utilizzati per influenzare i media e, quindi, il ruolo degli spin doctor. Ma “chi è uno spin doctor? E’ un comunicatore pubblico? Un consulente politico? Un esperto di Pubbliche Relazioni? Uno stratega? A ognuna di queste domande si può rispondere: sì, ma non solo. Lo spin doctor è di tutto un po’, sfugge a qualunque catalogazione professionale”. Per spiegare quale sia la mentalità di questi specialisti dell’informazione, ma molto spesso anche della Jack Valentidisinformazione, Foa ne traccia una descrizione accurata. Specificando che questo genere di professionisti si guarda bene dal seguire scrupolosamente i codici etici della professione dei PR, sanciti dalla Carta di Stoccolma. “Lo spin doctor, invece, ritiene che qualunque mezzo sia giustificato per raggiungere i propri obiettivi. Tende ad adattare la realtà alle proprie esigenze, non si fa scrupoli nel sostenere affermazioni che sa non vere, perché pensa che l’esecutivo non abbia un dovere di responsabilità nei confronti del popolo. Non difende l’interesse del Paese, ma solo quello del proprio leader”.
Riporto un solo caso per far capire di che cosa stiamo parlando. Risale all’invasione dell’esercito iracheno in Kuwait. “Uno degli esempi più clamorosi riguarda la testimonianza resa alla Commissione difesa della Camera dei deputati il 10 ottobre 1990 da ‘una fanciulla kuwaitiana di 15 anni sfuggita allo sterminio’ e il cui cognome non venne divulgato per non esporre la sua famiglia, rimasta in Kuwait, a possibili ritorsioni. Queste le sue drammatiche parole: ‘Ero volontaria all’ospedale Al-Addan. Mentre ero lì ho visto i soldati iracheni entrare nell’ospedale con i mitra e dirigersi nelle camere dove si trovavano i neonati nelle incubatrici. Hanno portato via le incubatrici lasciando morire quei piccoli sul pavimento gelido. Sono morti così centinaia di bambini’. La deposizione avveniva sotto giuramento e fu pertanto accolta senza riserve sia dall’opinione pubblica mondiale, che ne rimase sconvolta, sia dalle autorità di tutto il mondo, incluso il governo USA e Amnesty International che l’incluse nel rapporto 1990 sulle violazioni dei diritti umani in Iraq. Un episodio che evocava le logiche naziste e che, giustamente, suscitò un’ondata di indignazione. Tuttavia, qualche mese dopo la fine della guerra si venne a sapere che la ragazza non era una profuga, ma la figlia dell’ambasciatore kuwaitiano alle Nazioni Unite Nazir al-Sabah e che aveva recitato un copione scritto dal vice presidente della Hill & Knowlton, Lauri Titz Pegado. Insomma, si era trattato di una messinscena. Dopo la liberazione del Kuwait, l’ABC ne ottenne la prova definitiva, intervistando il direttore dell’ospedale e il responsabile del reparto ostetricia, il quale confermò che durante l’occupazione I due studiosi americani Matthew Alford e Tom Seckerirachena nessun soldato di Saddam aveva strappato neonati dalle incubatrici”. Per la cronaca, la Hill & Knowolton (formata da spin doctor americani) era stata ingaggiata dalla famiglia reale kuwaitiana subito dopo l’invasione dell’esercito iracheno per promuovere l’immagine e gli interessi del governo kuwaitiano in esilio agli occhi dell’opinione pubblica mondiale e americana in particolare. Questa è l’attività degli spin doctor.
Dal momento che il libro è ricchissimo di notizie e sarebbe impossibile sintetizzarle tutte, vediamo ora di passare direttamente alla politica seguita da Bush figlio, per portare esempi concreti e più vicini cronologicamente a noi. Prima di tutto occorre dire che nell’estate del 2002 l’Amministrazione Bush ha istituito l’Office of Global Communications “allo scopo di coordinare le comunicazioni dei vari ministeri USA, di uniformare i messaggi riguardanti la politica estera e di promuovere l’immagine degli Stati Uniti nel mondo”.  In altre parole, voleva controllare qualsiasi informazione uscisse dal Governo. Una delle prime cose che ci rivela Foa è che l’Amministrazione Bush, come hanno fatto altre prima di lei, impiega gruppi privati che hanno lo scopo di agire sul territorio dove si intende operare, senza coinvolgere direttamente il Governo USA. Per essere più chiari, coloro che fanno “il lavoro sporco”, o presunto tale. Come abbiamo visto prima. Uno di questi gruppi, forse il più famoso, è The Rendon Group (TRG), del quale è fondatore e presidente John Rendon. A volte, Rendon esce dall’ombra e racconta che cosa fa nella realtà. John RendonCome un giorno spiegò ai cadetti dell’Air Force: “Vi ricordate la liberazione del Kuwait? In TV avete visto centinaia di kuwaitiani sventolare bandiere americane all’arrivo delle truppe USA. Vi siete mai chiesti come riuscirono i kuwaitiani a procurarsele dopo essere stati sotto occupazione per sette lunghi e dolorosi mesi? Sapete già la risposta. Gliele ho date io”.
Il ruolo della Rendon è tale che, durante l’offensiva anti-Saddam, “la Rendon ha affiancato gli Stati Maggiori riuniti ed è stata incaricata di creare una ‘Information War Room’ al fine di contrastare qualunque notizia ‘ostile’ pubblicata dai media, non solo americani”. Fece molto parlare, per portare un esempio concreto, quando si seppe che il Lincoln Group, affiliato alla Rendon, in un anno e mezzo ricevette 45 milioni di dollari dal Pentagono per “diffondere propaganda camuffata, per esempio offrendo alla stampa irachena articoli scritti in apparenza da giornalisti locali, in realtà redatti da specialisti dell’esercito USA, tradotti in arabo e firmati con uno pseudonimo”.
Il raggiro del popolo americano da parte dell’Amministrazione Bush riguarda soprattutto la guerra in Iraq, dove il dittatore Saddam era accusato di aver Saddam Husseinaccumulato enormi quantità di armi di distruzione di massa. E Bush aveva quindi cominciato una propaganda a tappeto per convincere il popolo americano della guerra che stava scatenando contro un Paese che nulla aveva fatto contro gli USA. “A inizio 2003 – spiega Foa – oltre il 60% degli americani era persuaso che Saddam Hussein fosse responsabile, assieme a Osama Bin Laden, dell’11 settembre, il 76% che Al Qaida riceveva assistenza dall’Iraq e il 70% che si stesse procurando armi di distruzione di massa da usare contro gli USA”. Guai a opporsi a questa diceria. “Non appena qualcuno sollevava perplessità in pubblico, veniva tacciato ‘di non voler difendere l’America’ o, per citare l’allora ministro della Giustizia John Ashcroft ‘di aiutare i terroristi, di erodere l’unità nazionale e di fiaccare la nostra determinazione’ “. E la stampa? “I pochi giornalisti che osavano criticare o solo dubitare delle verità del governo venivano sommersi da lettere di irata protesta e spesso dovevano subire attacchi devastanti dei commentatori della destra neoconservatrice, attraverso i talk show di Fox News – la TV all news del gruppo Murdoch – i monologhi radiofonici di Rush Limbaugh, gli editoriali del settimanale Weekly Standard. Libelli violentemente denigratori in grado di stroncare carriere bene avviate e capaci di intimidire l’intera categoria”. Come poi si è saputo, Saddam non aveva armi di distruzione di massa, non aveva nulla a che fare con Al Qaida e non aveva alcuna intenzione di attaccare gli USA. Bush e soci si erano inventati tutto. Si arriva così alla resa dei conti. “E quando il 17 giugno 2004 il New York Times pubblica un editoriale durissimo in cui afferma che ‘non è mai emersa la prova di un legame tra Al Qaida e l’Iraq, né tra Saddam Hussein e l’11 settembre’ e che pertanto ‘ora il presidente Bush debba scusarsi con il popolo americano, che è stato indotto a credere a qualcosa di diverso’, l’Amministrazione non solo non si scusa ma attacca veementemente il Times”. Nonostante tutte le falsità propagandate dal governo Bush, nessuno gliene chiederà mai ragione. Neppure il suo successore, Barak Obama. Anzi. “Promette speranza e l’America gli crede. Promette Osama Bin Ladengiustizia, ma né lui, né la stampa, né il Partito Democratico osano chiedere davvero conto a Bush, a Rove e ai ministri per le loro bugie, per le loro plateali e sconvolgenti violazioni delle leggi, e soprattutto della Costituzione. Avrebbero dovuto essere processati per tradimento e invece usciranno di scena senza danni, tutelati dall’appartenenza all’establishment degli Stati Uniti, che accomuna i vertici del Partito Democratico e di quello Repubblicano, e che garantisce, oltre a un’immunità di fatto, continuità su alcuni grandi temi, quali la politica estera geostrategica e la sicurezza. Anche nell’era di colui che si presentava come il presidente della pace, Obama”. L’America, purtroppo, è anche questo.
Ma lasciamo gli Stati Uniti e veniamo all’Europa. Come tutti sappiamo, la Grecia è stata messa in ginocchio, con pesantissime ripercussioni per tutta la popolazione, da una austerity senza precedenti. Ebbene, oggi Foa ci svela che “Nel 2015 l’ex membro del Fondo Monetario Internazionale, Panagiotis Roumeliotis, ha rivelato che i giornalisti greci erano stati ‘formati’ dal FMI per sostenere le posizioni dei creditori internazionali. A dare manforte, secondo le accuse, anche un pool di economisti e docenti universitari che in occasione di interviste sui quotidiani o in TV cercava di persuadere l’opinione pubblica che quella dell’austerità era l’unica strada possibile”. Un modo fraudolento e prefabbricato per portare un’intera nazione al disastro economico e alla fame. Ma non tutti gli operatori dell’informazione si adeguarono alla necessità dell’austerity. “I giornalisti che non si adeguavano venivano derisi, attaccati, accusati di essere irresponsabili o complottisti. Una notizia che in Italia è stata ignorata da tutti con la sola eccezione del Fatto Quotidiano, il quale la corredò con un sommario di questo tenore: ‘Giornalisti ed economisti sono stati pagati per far credere che al massacro sociale non c’era alternativa. Se si fa in L'ex ministro delle Finanze greco Panagiotis ReoumeliotisGrecia, si fa pure da noi?’ “. E’ così, imbrogliando  e distribuendo mazzette, che hanno portato la Grecia alla rovina. E solo per soddisfare i grandi finanzieri che agivano nell’ombra.
Il libro continua con una miriade di altri esempi su come agisce la disinformazione controllata: si va dai falsi servizi televisivi agli allarmi per epidemie inesistenti, dai falsi vaccini alle zanzare killer, solo per favorire cambi di regime. E infine approda in Europa dove Foa ci racconta il percorso di Tony Blair (in patria buona parte della stampa lo considera un gran bugiardo), l’uso degli spin doctor da parte di Renzi e il suo crollo dopo tante bugie e annunci fasulli, nonché diverse altre cose ancora su quanto accade in Francia, Svizzera e Germania. La chiusura del libro è emblematica: “Non bisogna essere ingenui: la polemica sulle fake news e sulle post verità ha come obiettivo non di garantire una migliore informazione, ma un’informazione certificata: solo le notizie con il bollino saranno considerate tali. Tutte le altre potranno essere addirittura espulse dal web. Con il pretesto delle fake news si potranno oscurare pagine social di pensatori scomodi o di blogger non mainstream, introducendo di fatto la censura”. Insomma, il pericolo che ci tolgano la libertà di pensiero e di parola è davvero dietro l’angolo. E proprio per questo un libro come quello di Foa dovrebbe essere introdotto in tutte le scuole superiori (attualmente lo è solo in alcune facoltà universitarie), affinché ogni studente si renda finalmente conto di quale sia la vera realtà della società in cui vive.

“Gli stregoni della notizia, Atto secondo - Come si fabbrica informazione al servizio dei governi” di Marcello Foa, Guerini e Associati Editore, 2018, 293 pagine, ISBN 9788862506793, €21,50.

Per leggere la recensione sulla prima edizione di questo libro:

 

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