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DAL NOSTRO LETTORE SPECIALE

Storia di Nino Bixio,
l’eroe più antipatico
del Risorgimento

Fin da piccolo lo contraddistinse un carattere
rabbioso che lo portò a compiere anche delitti

di Rino Di Stefano

(Il Giornale, Martedì 13 Dicembre 2011)

Vita e morte di Nino BixioNon era un tipo simpatico. Anzi, a dire il vero, quando gli girava storta ce la metteva tutta per rendersi odioso. Anche perché, scontroso e irascibile per natura, quando la “benda sanguigna” gli calava sugli occhi, e cioè non capiva più niente a causa della rabbia sorda che lo prendeva, diventava talmente aggressivo e violento da non esitare a uccidere. Come, appunto, fece. Eppure, nonostante queste sgradevoli spigolosità del carattere, non c’è dubbio alcuno che Nino Bixio, luogotenente di Garibaldi durante la Spedizione dei Mille nel 1860, sia stato uno dei personaggi più illustri del Risorgimento. A raccontarci l’avventurosa esistenza di questo marinaio genovese che divenne uno dei più stimati generali del suo tempo, senatore del Regno e, infine, armatore di una nave che lo condurrà verso il suo ultimo appuntamento con il destino, è lo scrittore pavese Mino Milani che, per i tipi di Mursia, in questi giorni sta riproponendo un suo libro uscito in prima edizione nel 1977, “Vita e morte di Nino Bixio”. A 34 anni di distanza, il libro è ancora intatto nella sua freschezza narrativa e si presenta come un prezioso strumento di consultazione per conoscere meglio i fatti d’arme, le prodezze e gli eccessi di una delle più controverse  figure dell’Ottocento italiano.
C’è da dire subito che Milani, raccontando le gesta del nostro eroe, non segue un ordine cronologico. Tanto per intenderci, non inizia dalla nascita andando mano a mano a sviluppare le varie fasi della vita. Il racconto parte invece da un Bixio ormai maturo che, andando per mare, rievoca non senza dolore e rimpianti, quello che fino ad allora era stato il suo passato. Lasciamo al lettore il piacere di seguire questo percorso. Adesso, però, per amor di sintesi e di chiarezza, vediamo di inquadrare un po’ meglio il personaggio, inserendolo in un preciso contesto storico-sociale. Gerolamo Bixio, che fin da piccolissimo venne subito chiamato Nino, nacque a Genova il 2 ottobre 1821, sotto il segno della Bilancia. A dispetto degli astrologi, però, sarebbe stato molto più a suo agio in un segno di fuoco, vista l’irruenza e l’aggressività che mostrò fin da bambino. Era l’ottavo e ultimo figlio di Tomaso e di Colomba Caffarelli. Contrariamente agli altri figli, forse per il disinteresse che il padre mostrò sempre nei suoi confronti, Nino non venne battezzato. La tragedia affettiva avvenne quando aveva otto anni e la madre morì. Questa perdita lo segnò per tutta la vita. E non fu un caso, visto che anche gli altri fratelli, non appena poterono, si allontanarono da casa, tagliando i rapporti con il padre e la sua nuova moglie. In aula Nino era irrequieto ed un osso duro tanto per i maestri, quanto per i compagni. Lo chiamavano “il terrore della scuola” e nel 1834, a 13 anni, lasciò per sempre i banchi. Il padre, che voleva sbarazzarsi di lui, prima lo fece battezzare, poi lo imbarcò come mozzo su una nave. Fu questo evento, con tutte le spiacevoli conseguenze che il bambino dovette affrontare da solo, a forgiare il carattere di ferro che distinse sempre Nino Bixio. Amò il mare da subito, in seguito si arruolò nella Regia Marina Sarda e, crescendo, divenne fervente mazziniano. Partecipò come volontario nel 1848 alla guerra in Lombardia e nel 1849 a Roma, insieme all’amico Goffredo Mameli. Nel 1850, dopo aver speso buona parte del suo tempo sui libri, superò brillantemente l’esame di capitano di prima classe. Dunque, marinaio, soldato e fiero sostenitore dell’unità d’Italia. Quanto bastava per diventare nel 1860 secondo di Garibaldi nella Spedizione dei Mille, dove si distinse per coraggio, capacità di comando e qualche indimenticabile eccesso. Vediamone qualcuno, tanto per avere un’idea di chi fosse Nino Bixio.
In Sicilia, durante una sosta della marcia su Palermo, Bixio passando a cavallo, vede dei volontari siciliani che si stanno riposando. Imprecando, comincia a urlare: “Ma chi comanda qui?”. Allora si fa avanti il capo dei volontari, uno dei più noti garibaldini della prima ora, e risponde: “Sono io che comando, il generale La Masa”.  “Macché generale La Masa, lei è il generale la merda”, gli grida in faccia. Quello, senza pensarci due volte, sfodera la sciabola e si avventa contro Bixio, cominciando a duellare. Soltanto l’intervento del colonnello Sirtori, con la sua pacatezza lombarda, fece interrompere il duello prima che si arrivasse all’irreparabile.
Una decina di giorni dopo, altro increscioso episodio. A Palermo si stavano svolgendo i funerali del volontario ungherese Luigi Tukory e Bixio, passando accanto ad un colonna di garibaldini che stavano trasportando un grosso carico di armi, li ferma e ordina loro di seguire il corteo funebre. Il loro comandante, Carmelo Agnetta, lo guarda e replica che lui prende ordini solo da Garibaldi. E gli chiede: “E lei chi è?”. Non l’avesse mai fatto. Bixio scende da cavallo, gli si avvicina e gli assesta un poderoso manrovescio. Agnetta sfodera la sciabola e i due cominciano a scambiarsi fendenti, fino a quando non interviene Garibaldi in persona che mette Bixio agli arresti. “Come potete comandare diecimila uomini – gli dirà severo – voi che non sapete comandare a voi stesso?”.
Per inciso, Agnetta non volle passare sopra all’incidente e il 17 novembre 1861, a Brissago, in Svizzera, i due si Nino Bixio in divisa da generale dell'esercito italianosfidarono a duello. Il colpo di pistola di Agnetta fracassò la mano destra di Bixio, che da quel giorno perse la normale mobilità delle dita. Stranamente, poi i due diventarono grandi amici.
Ancora peggio fu quello che accadde a Paola, in Calabria, l’11 settembre 1860. Un vapore, l’Elettrico, doveva trasportare truppe garibaldine a Napoli. Per fare imbarcare  tutti, Bixio aveva ordinato che ognuno stesse in piedi. Quando però arrivò sul ponte della nave, vide che alcuni volontari bavaresi, erano seduti per terra. Prese allora una carabina e, urlando e imprecando, cominciò a colpirli selvaggiamente. Un giovane trombettiere ungherese, colpito alla testa, morì con il cranio sfondato. Gli altri si avventarono su quella furia umana e poco ci mancò che Bixio non venisse cacciato in mare. Garibaldi, in seguito, lo fece mettere agli arresti dicendo agli ufficiali che chiedevano la sua testa: “Trovatemi un altro Bixio, e io faccio subito fucilare questo”.
Alla storia passarono anche i fatti di Bronte. Dal momento che i Borboni avevano regalato la cittadina all’ammiraglio inglese Nelson, i britannici si rivolsero a Garibaldi per mettere fine alla rivolta contadina che aveva insanguinato la zona. Gli insorti, guidati dall’avvocato Lombardo, avevano già ammazzato quindici persone a caso e ora si temeva il peggio. Così Garibaldi inviò Bixio, il quale fece allestire un processo, individuò cinque presunti responsabili, tra i quali Lombardo, e li fece fucilare. La fretta con cui tutto questo avvenne, fu tale che si parlò apertamente di strage di innocenti, in quanto i veri responsabili erano già fuggiti da un pezzo. Comunque sia, Bronte restò per sempre una macchia nella carriera di Bixio.
Potrei continuare ancora per un pezzo a citare episodi e avventure, ma toglierei al lettore il piacere della lettura. In sintesi, dopo il 1860 Bixio diventò generale dell’esercito italiano, senatore del Regno e un bel giorno, stanco di ciondolare in Parlamento, gli tornò una gran voglia di riprendere il mare. Indebitandosi fino agli occhi, fece costruire in Inghilterra una grande nave mista motore-vela che guidò verso l’Oriente, per stabilire una linea commerciale con l’Italia. Non tornò mai più. Colpito dal colera, alle 9 del 16 dicembre 1873 morì tra atroci dolori sulla sua nave. Il corpo infetto, chiuso in una cassa metallica, fu sepolto nell’isola di Pulo Tuan, che nella lingua locale significa Isola del Signore. Tre indigeni disseppellirono la cassa, denudarono il cadavere e poi lo riseppellirono alla buona vicino ad un torrente. Due di loro, infettati dal colera, morirono in 48 ore. Pochi resti di Nino Bixio, vennero rintracciati, grazie al terzo indigeno, soltanto nel giugno del 1866. Le ossa vennero cremate il 10 maggio del 1877 nel consolato italiano di Singapore. Il 29 settembre le ceneri giunsero infine a Genova dove una folla immensa si unì alla moglie e ai quattro figli per accompagnare l’urna al cimitero di Staglieno, dove si trova tuttora. 

“Vita e morte di Nino Bixio” di Mino Milani, Mursia Editore, 2011, pp. 197, ISBN 9788842549369, €16,00.

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