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Tre anni fa, il 2 Febbraio 2013, la misteriosa morte del
comandante pilota-scrittore Philip Marshall e dei suoi figli

La denuncia dimenticata (e ignorata)
del libro Il Grande Imbroglio:
“George W. Bush, Cheney e i Sauditi
coinvolti nell’11 Settembre”

L’accusa: i terroristi arabi furono addestrati al volo sui Boeing di linea nell’aeroporto della CIA a Pinal Airpark, nel deserto dell’Arizona
La verità nelle 28 pagine di un capitolo della Commissione d’Inchiesta del Congresso che nemmeno il presidente Obama vuole desegretare

di Rino Di Stefano

(RinoDiStefano.com, Martedì 2 Febbraio 2016)

Philip Marshall con i figli Macaila e AlexCaris Hewitt, sceriffo della Contea di Calaveras, in California, non riusciva a comprendere che cosa fosse accaduto in quella casa di Sandalwood Drive, nella Meadows Community, soltanto poche ore prima. Erano le 3 del pomeriggio di sabato 2 Febbraio 2013 quando lui e i suoi agenti sono giunti sul posto in seguito ad una telefonata anonima. E nelle stanze c’era sangue dappertutto. I corpi giacevano in locali diversi, come se quelle persone avessero cercato scampo scappando. Ma non ce l’avevano fatta. I due ragazzi, Alex di 17 anni, e Macaila, di 14, giacevano a terra, scomposti. Frequentavano la Bret Harte High School, ad Angel Camp, un centro poco distante dalla casa, ed erano conosciuti nel circondario. Alex giocava a football, Micaila era al suo primo anno di scuola superiore. Il corpo del padre, Philip Marshall, di 54 anni,  era nella sala d’ingresso della casa. Accanto a lui lo sceriffo trovò una pistola, quella che aveva sparato i colpi mortali. Sull’erba del giardino, invece, giaceva il corpo del fedele cane di famiglia. Tutti erano stati colpiti da un singolo colpo di pistola alla testa, compreso il cane. Probabilmente, anche la madre dei due ragazzi sarebbe stata uccisa nello stesso modo se proprio quel giorno non si fosse trovata all’estero per lavoro. Per lo sceriffo Hewitt era un vero e proprio rompicapo. Quali erano le cause di quella strage? Philip Marshall era conosciuto come padre affettuoso e tutti sapevano quanto amasse i suoi ragazzi. Eppure, se si voleva dare una spiegazione razionale a quella mattanza, le ipotesi potevano essere solo due: o il padre, per chissà quale ragione, aveva ucciso i propri figli, il cane e poi si era tolto la vita; oppure qualcuno, venuto dall’esterno, aveva ammazzato tutti i membri della famiglia uno ad uno, cane compreso, per ignoti motivi. La prima spiegazione, però, sembrava più semplice e comunque chiudeva subito la vicenda. L’altra, invece, prevedeva indagini lunghe e complicate, rese ancora più difficili dal non avere nemmeno un appiglio da cui partire. Vero è che sembrava incomprensibile che Philip Marshall si fosse sparato alla tempia sinistra, visto che non era neanche mancino. Che dire, poi, del cane? Perché uccidere anche quel povero animale? Ma questi, avrà pensato lo sceriffo Hewitt, sono solo dettagli. E fu così, dunque, che la polizia di Calaveras County decise di archiviare quello scomodo caso di strage famigliare: duplice omicidio e suicidio.

UN PERSONAGGIO CONOSCIUTO

La copertina di 'False Flag 911'La morte di Philip Marshall, però, non passò inosservata. Sfortunatamente per lo sceriffo Hewitt, Marshall era conosciuto come “il massimo esperto di aviazione dell’attacco dell’11 Settembre 2001”, nonché autore di tre libri: il romanzo “Lakefront Airport” del 2003 e i saggi “False Flag 911: How Bush, Cheney and the Saudis Created the Post-911 World” del 2008 (Operatività sotto falsa bandiera: come Bush, Cheney e i Sauditi hanno creato il mondo dopo l’11 Settembre), e “The Big Bamboozle: 9/11 and the War on Terror” del 2012 (Il grande imbroglio: l’11 Settembre e la guerra sul terrore).
La notizia ha fatto il giro del mondo, anche perché si metteva in luce la strana morte di colui che era conosciuto come un “conspiracy author” e dei suoi figli. Pochissimi, però, si sono soffermati sui contenuti dei libri di Marshall, sfiorando appena le accuse in essi contenute contro il governo americano. Solo in patria, cioè negli Stati Uniti, qualcuno ha provato ad esaminare i fatti. Ma in punta di penna, stando ben attento a non andare oltre un certo limite. Anche perché, come scriveva lo stesso Marshall, i sette grandi gruppi editoriali che controllano la stampa americana, si sono ben guardati, e ancora ben si guardano, dall’affrontare il tema dell’11 Settembre. In Italia, per esempio, non si è andati oltre alla pubblicazione della notizia, se non accompagnandola dai soliti commenti sul complottismo anti-americano.
Non è stato neanche detto che nessun editore americano aveva voluto pubblicare i libri di Marshall, considerandoli troppo scottanti. Per cui Marshall aveva dovuto rimediare utilizzando la CreateSpace Independent Publishing Platform, cioè l’autopubblicazione.

 

UNA RECENSIONE CORAGGIOSA

La copertina di 'The Big Bamboozle'Soltanto una coraggiosa recensione dell’ultimo libro di Marshall (Was It Murder? Philip Marshall, Author of ‘Big Bamboozle’, Dead) del 15 Marzo 2013 (Fu un omicidio? Philip Marshall, autore del ‘Grande Imbroglio’, morto) affronta, pur con la dovuta cautela, quelle che furono le accuse lanciate da Marshall. Autore di quella recensione è William F. Wertz, Jr., un giornalista che a un mese dalla strage in casa Marshall, cercò di analizzare quelli che potevano essere i probabili motivi di questo efferato fatto di sangue.
Dal momento che ho letto per intero gli ultimi due libri di Marshall, vorrei cercare di mettere a fuoco questo personaggio avvalendomi sia del lavoro di Wertz, sia dell’analisi dei contenuti di quei libri.
La prima cosa da dire è che, come è stato ampiamente pubblicato nel 2013, un ex ufficiale della National Security Agency (NSA) americana, Wayne Madsen, durante una trasmissione televisiva condotta da Kevin Barrett, fondatore della “Muslim-Jewish-Christian Alliance” (Alleanza Musulmana-Ebrea-Cristiana) disse con molta chiarezza che, secondo lui, Marshall e i suoi figli furono uccisi da un sicario della CIA, in quanto lo scrittore aveva trovato documenti altamente compromettenti per il governo Bush e stava per pubblicarli in un nuovo libro. Versione, quest’ultima, che venne poi ribadita dallo stesso Kevin Barrett in un’intervista alla Press TV.
Siamo, ovviamente, nel campo delle ipotesi. Anche perché mancano prove certe per poter affermare che Marshall e i suoi ragazzi siano stati davvero uccisi da un assassino legato alla CIA. Anche se il modus operandi (un solo colpo alla testa per ognuno, cane compreso) farebbe sospettare la presenza di un killer professionista. Vediamo, invece, quali potrebbero essere realmente le ragioni perché qualcuno nel Governo USA avrebbe potuto desiderare l’eliminazione fisica di Philip Marshall.

IL PILOTA-INVESTIGATORE

Prima di tutto, Marshall non era un giornalista investigativo, come in troppi hanno scritto. Philip Marshall era invece un comandante pilota di aerei di linea con oltre vent'anni di attività alla guida di Boeing 727, 737, 747, 757 e 767. Nel suo passato, come egli stesso spiega nei suoi libri, venne impiegato come pilota a contratto in “attività speciali” della cosiddetta Top Secret America, un gruppo che conduceva particolari missioni per conto della United States Intelligence Community. Iniziò la sua attività nel 1980 come “Learjet captain” a Lakefront Airport, in quel di New Orleans, in forza alla Drug Enforcement Administration (DEA) che dava la caccia a Paolo Escobar, il boss del cartello colombiano della droga. Successivamente passò ad un ruolo sotto copertura per un servizio aereo che riforniva di armi il movimento dei Nicaraguan Contras. Il suo capo, scrive Marshall, era Barry Seal, il quale a sua volta eseguiva gli ordini di un certo John Cathey. Seal venne ucciso il 19 Febbraio 1986 a Baton Rouge, in Louisiana, in un attentato. Cathey, invece, apparve in un’udienza del Congresso degli Stati Uniti (che aveva aperto un’inchiesta sull’illecita fornitura di armi ai Contras) rivelando, con tanto di uniforme, la sua vera identità di Oliver North, tenente colonnello dei Marines. Per inciso, Philip Marshall fu Oliver North, tenente colonello dei Marinesl’unico sopravvissuto del suo gruppo: tutti gli altri vennero uccisi in diverse occasioni. E fu così, quando cominciò a rendersi conto che il suo lavoro stava diventando davvero troppo pericoloso, che nel 1985 iniziò la sua carriera di comandante di aerei di linea.
La sua vita sarebbe proseguita lungo i binari della normalità se non ci fosse stato l’attentato dell’11 Settembre 2001.
Quella mattina venne svegliato dalla telefonata di un amico che lo esortò ad accendere immediatamente il televisore per vedere quello che stava succedendo. Fece appena in tempo a notare il secondo aereo che si schiantava contro una delle torri gemelle. La sua reazione non fu solo di sgomento per quanto stava vedendo. Da comandante pilota, notò subito la maestria di coloro che erano alla guida di quei Boeing. Non è facile centrare un edificio di quel genere, a meno di non avere quella competenza tecnica che ti permette di manovrare un jet di quelle dimensioni fino a raggiungere il bersaglio. Grande fu dunque la sua sorpresa quando le fonti ufficiali dell’FBI rivelarono che gli attentatori dell’11 Settembre disponevano soltanto di poche nozioni basilari di volo, ottenute volando su minuscoli monomotore da turismo. Coloro che guidavano gli aerei, invece, dimostravano di aver acquisito un’ottima conoscenza pratica del volo di linea sui grandi jet. Una conoscenza, sottolinea Marshall, che si ottiene solo e unicamente con tre parole chiave: addestramento, addestramento e addestramento. Altro che piccoli Piper da turismo, gli attentatori avevano ricevuto una più che esauriente preparazione pratica al volo. “Era evidente – scrisse – che questo attacco era stato pianificato con l’aiuto di un team altamente e tecnicamente esperto”.
Da quel momento la vita di Philip Marshall venne dedicata allo scoprire che cosa si nascondesse realmente dietro l’attentato dell’11 Settembre. E così, da comandante pilota si è trasformato in pilota-investigatore, sicuro com’era che le autorità, per ragioni a lui sconosciute, mentivano spudoratamente sulle cause di quell’immane tragedia. Il suo punto di vista, è bene sottolinearlo, non era politico, bensì tecnico. A chi volevano darla a bere?, pensava, quei terroristi avevano avuto una preparazione professionale da parte di eccellenti istruttori di volo, che parlavano la loro stessa lingua, a bordo di aerei di linea. Perché le autorità non lo ammettevano? A meno che non ci fosse dell’altro che non doveva essere saputo…

LA MORTE DI BIN LADEN

Ciò che Marshall cominciò a scoprire lo convinse sempre di più che quell’attentato non era come le fonti ufficiali lo dipingevano. Tanto per cominciare, scoprì che la stampa stava svolgendo un ruolo di propaganda governativa che nulla aveva a che fare con la pubblica informazione. Ce l’aveva soprattutto con la FOX NEWS di Murdoch. Nel libro The Big Bamboozle scriveva: “In the United States, the most obvious propaganda tool is the News Corporation FOX NEWS and its perpetual circle of disinformation” (Negli Stati Uniti, il più evidente strumento di propaganda è la News Corporation FOX NEWS e la sua eterna attività di disinformazione). Venne a sapere, ad esempio, che Osama bin Laden, spacciato per essere l’ideatore della strage dell’11 Settembre, aveva immediatamente negato qualunque responsabilità nell’attentato. “Ho già detto che non sono coinvolto nell’attacco dell’11 Settembre negli Stati Uniti – affermò il 28 Settembre 2001 in un’intervista pubblicata nel quotidiano nazionale pakistano Unmat – Non ho alcuna conoscenza di questi attacchi e neppure considero l’uccisione di donne, bambini e altri esseri umani innocenti un atto apprezzabile”.
Osama Bin LadenNon solo: scoprì, inoltre, che Bin Laden, malato da tempo, sarebbe morto il 14 Dicembre 2001 e sarebbe stato seppellito in una fossa anonima  sulle montagne dell’Afghanistan. A rivelare questa notizia fu il medico-psichiatra Steve Pieczenik, che aveva lavorato come vice assistente Segretario di Stato sotto Nixon, Ford e Carter. Inoltre aveva lavorato anche nelle amministrazioni di Reagan e Bush Senior, diventando poi consulente del Department of Defense (Ministero della Difesa). “Pieczenik riferì – scrive Marshall – che i medici della CIA avevano visitato Bin Laden nel Luglio del 2001 nell’Ospedale Americano di Dubai. Egli era già molto malato a causa della sindrome di Marfan e stava morendo, per cui nessuno lo ha ucciso”. Come spiegano i testi medici, la sindrome di Marfan è una patologia autosomica dominante che colpisce il tessuto connettivo e spesso è fatale. Ebbene, Marshall dice che il presidente Bush e i servizi segreti sapevano benissimo della morte di Bin Laden, ma l’hanno tenuta nascosta. Tra l’altro il dottor Pieczenik si disse disposto a testimoniare davanti ad un Grand Jury Federale per dire quanto sapeva, aggiungendo anche il nome di un alto generale che gli avrebbe confessato che l’attentato dell’11 Settembre era tutta una montatura. Ma nessuno lo chiamò mai a testimoniare...
Per la cronaca, Steve Pieczenik è lo stesso psichiatra che nel 1978 venne spedito in Italia dal presidente Carter per collaborare con le autorità italiane per ritrovare Aldo Moro, rapito dalla BR. Pare che ad un certo punto il dottor Pieczenik si rese conto che non esisteva alcuna reale intenzione di salvare la vita allo statista democristiano, riscontrando inoltre una grave fuga di notizie che, a suo dire, arrivavano addirittura alle Brigate Rosse. Convinto che non si potesse salvare l'ostaggio, alla fine se ne torno a casa. Ma questa è tutta un’altra storia.
Tornando alla testimonianza di Pieczenik, nessun media occidentale riportò la notizia e la caccia a Bin Laden continuò fino a quando, il primo maggio 2011, una squadra di militari DEVGRU (gli ex SEAL Team Six, le truppe scelte della Marina militare americana) non uccise qualcuno nel compound di Abbottabad, in Pakistan. Ovviamente, nessuno ha mai visto in volto l’uomo eliminato dagli americani quella famosa notte. La salma venne sepolta in mare, senza tanti complimenti.

LA RABBIA DEL SEN. GRAHAM

Ma le sorprese non finirono qui.  Basandosi sui documenti del Joint Congressional Inquiry (l’inchiesta ufficiale del Congresso americano), poi declassificati a Intelligence Community Activities, Marshall scoprì che gli Stati Uniti, e nel caso specifico la CIA e l’FBI, sapevano benissimo quando gli attentatori islamici erano entrati in America e chi li aveva aiutati. Il primo a scoprirlo fu il senatore della Florida Bob Graham, co-direttore dell’inchiesta, il quale letteralmente scrisse nel suo rapporto: “C’era una linea diretta tra i terroristi e il governo del Sud Arabia. Il governo saudita aveva provveduto a fornire supporto logistico e finanziario almeno a due degli attentatori, mentre vivevano nel Sud della California”.
Ma che cosa, esattamente, venne fuori dalle indagini dell’FBI? Tanto per cominciare, scrive Marshall, gli arabi che poi avrebbero compiuto il mega attentato, vennero segnalati dagli agenti dell’FBI già nel 2000, quando arrivarono all’aeroporto di Los Angeles, dove li attendevano gli impiegati della Saudi Civil Aviation Authority (l’Autorità Saudita dell’Aviazione Civile). Ma Il senatore Bob Grahamnessuno prese in seria considerazione quei rapporti. Nonostante questo, le indagini continuarono e venne fuori che gli arabi sbarcati in America passarono sotto il controllo di due agenti del Servizio Segreto Saudita, Omar Al Bayoumi e Osama Bassan, che li rifornirono di tutto il necessario per vivere sul suolo americano: denaro, numero di Social Security (un identificativo simile al nostro Codice Fiscale), patenti di guida, iscrizione ai corsi base di pilotaggio, alloggi, contatti. L’FBI, scrive Marshall, scoprì che i due agenti arabi erano stati riforniti di mezzi finanziari direttamente dalla moglie dell’ambasciatore saudita a Washington, principe Bandar Bin Sultan, amico personale del presidente Bush e considerato ufficialmente “un membro della famiglia Bush”. Gli attentatori facevano la spola tra Miami (Florida), San Diego (California) e Tucson (Arizona). Riuscirono persino a visitare i simulatori indipendenti di volo a Minneapolis, Phoenix e Miami. In California i loro due capi erano stati ospitati a San Diego da Abdussatar Shaikh, da lungo tempo informatore dell’FBI.
Marshall racconta che era talmente palese il coinvolgimento del governo saudita con gli attentatori, che Eleanor Hill, direttrice dello staff del Comitato inquirente, e Michael Jacobsen, ex avvocato FBI e analista del Controterrorismo, denunciarono la notizia. Ma nessuno la riprese. Quando Jacobsen chiese ufficialmente di interrogare Shaikh per chiedergli conto di quella strana ospitalità, Casa Bianca e FBI glielo impedirono. Il vicepresidente Cheney arrivò al punto di minacciare di arresto i membri della Commissione che avessero fatto trapelare notizie sulle responsabilità dei Sauditi. La situazione era tanto incandescente che il senatore Graham accusò Cheney di “cover up”, ma i media americani hanno volutamente ignorato la notizia. Anche se era ormai evidente che esisteva uno scontro diretto tra gli agenti FBI sul campo e la Casa Bianca. In effetti, quella dell’11 Settembre non è stata una bella pagina del giornalismo americano.

L’ADDESTRAMENTO IN ARIZONA

Ma la notizia più clamorosa Marshall la ottenne quando, contando sulla sua esperienza di pilota e sui trascorsi nel campo dell’intelligence, cercò di capire dove i terroristi potessero aver ricevuto l’addestramento al volo sui grandi Boeing. Ci arrivò per eliminazione: l’unico aeroporto utilizzato dalla CIA per lavori sotto copertura era quello di Pinal Airpark, in pieno deserto tra Tucson e Phoenix, in Arizona, dove già nella primavera del 2001 erano a disposizione Boeing 757 e 767. Inoltre, Pinal Airpark veniva utilizzato abitualmente dalla compagnia Blackwater della CIA. C’è da dire comunque che questo aeroporto non era poi così misterioso, visto che il giornalista Jeremy Scahill ha scritto il libro “Blackwater: The Rise of The World Most Powerful Mercenary Army” (Blackwater: l’ascesa del più potente esercito mercenario del mondo) nel quale si diceva chiaramente che Una veduta del Pinal Airpark dell'ArizonaPinal Airpark è lo scalo più usato dalla CIA. Marshall venne così a sapere dalle sue fonti che gli attentatori dell’11 Settembre 2001 già dal maggio precedente avevano iniziato a volare da costa a costa, sui Boeing da esercitazione.
Un capitolo a parte meritano le promozioni di carriera compiute dal governo Bush poco prima dell’attentato. Nel marzo del 2001 il presidente Bush aveva nominato come direttore esecutivo della CIA Alvin Bernard “Buzzy” Krongard, che prima dirigeva la Alex.Brown, la più antica banca di investimenti degli Stati Uniti. E una settimana prima dell’11 Settembre fu la volta di Robert Mueller, quale nuovo direttore dell’FBI.  Nel suo libro “Intelligence Matters” il senatore Graham scrisse: “La Casa Bianca era determinata a coprire il coinvolgimento dei sauditi e ha trovato un volonteroso complice nel direttore dell’FBI Robert Mueller. Muelller era direttamente coinvolto nello sforzo di nascondere la verità”.
Secondo Marshall, un ruolo nel cover up lo ebbero anche Porter Goss, Presidente della Camera del Joint Congressional Inquiry, e Philip Zelikow, direttore della 9/11 Commission. Tra l’altro, fa notare sempre Marshall, durante l’inchiesta ufficiale non chiamarono mai a testimoniare nemmeno un esperto di aviazione civile. Così come fu del tutto inaudito e incomprensibile che durante il dirottamento degli aerei di linea, neanche un caccia militare venisse fatto alzare in volo per difendere Washington. E’ vero che Cheney disse di aver dato quell’ordine, ma non venne trovata traccia di quelle parole da nessuna parte. La Commissione inquirente, tuttavia, non ritenne di approfondire quello stranissimo aspetto della questione, esercitando di fatto un’omissione che non si poteva chiamare altrimenti che "cover up".
Un’altra notizia rivelata da Marshall riguarda i voli charter che, una settimana dopo l’attacco, lasciarono gli Stati Uniti per l’Europa, pieni di dignitari sauditi desiderosi di lasciare gli Stati Uniti. “Le partenze dei voli charter avvennero da Las Vegas con quadrimotori DC-8 – scrive Marshall – diretti a Ginevra il 19 Settembre 2001, con 69 passeggeri, includevano 46 sauditi; un Boeing 727 per l’Inghilterra con 18 sauditi il 20 Settembre; e il 23 Settembre fu la volta di un jumbo Lockeed L-1011 per Parigi. Soltanto 34 passeggeri erano nella lista di quell’aereo, che ha una capacità di circa 400. Su quel volo c’era il Principe Turki”.
Perché quella fuga in massa dal territorio americano, proprio in quel periodo? Ovviamente, nessuno ha mai fornito una risposta.

LA SCOMMESSA SULLA STRAGE

Ma c’è un altro aspetto che fa davvero pensare. Il Wall Street Journal e il San Francisco Chronicle hanno scritto che il 6 e il 7 Settembre 2001, cioè pochi giorni prima dell’attentato al World Trade Center di New York, qualcuno portò a termine una mega azione finanziaria (e cioè una massiccia vendita di azioni) contro le compagnie aeree United e American, cioè quelle che poi furono coinvolte nell’atto terroristico. Si tratta, come risulta dagli atti della Commissione per l’11 Settembre, di un  sospetto “insider trading” (un reato punibile penalmente, secondo la legge americana) che fece letteralmente arricchire coloro che lo portarono a compimento. In quel caso si fece il nome di Alvin Bernard “Buzzy” Krongard, in quanto nell’operazione fu coinvolta la Alex.Brown, la banca che dirigeva prima di passare alla CIA. La cosa, però, non ebbe seguito.
Tanto per spiegare chiaramente di che cosa si trattava, stiamo parlando di qualcuno che, essendo presumibilmente a conoscenza dell’attentato che sarebbe avvenuto da lì a qualche giorno, e sapendo che avrebbe coinvolto le compagnie aeree United e American le cui quotazioni in borsa sarebbero precipitate, ha anticipato tutti mettendo sul mercato un rilevante numero di azioni. E le cose poi sono andate esattamente in quel modo. Naturalmente nessuno può essere matematicamente certo che chi ha fatto quell’operazione fosse a conoscenza dei futuri attentati, ma è come se qualcuno rivelasse il numero del biglietto vincente prima dell’estrazione di una lotteria. Può essere un caso?
In definitiva, la tesi esposta da Marshall nei suoi libri è che, per determinare il cambio nella politica mondiale avvenuto dopo l’11 Settembre, era necessario causare una seconda Pearl Harbor. A questo proposito egli cita un documento pubblicato nel Project for a New American Century  (PNAC) (Progetto per un Nuovo Secolo Americano) dove, nella sezione “Ricostruire le Difese Americane”, si dice chiaramente che “la trasformazione non potrà avvenire se non si sarà in presenza di un evento catastrofico e catalizzante tipo quello di una nuova Pearl Harbor”.
Da notare che, nonostante le pesantissime accuse rivolte alla Casa Bianca e all’amministrazione Bush, Marshall non venne mai denunciato o portato in tribunale a rispondere delle sue dichiarazioni.
Marshall non dice, invece, che anche l’attuale presidente Obama continua la politica di Bush nel coprire il coinvolgimento dei Sauditi nell’11 Settembre, rifiutandosi di declassificare il capitolo di 28 pagine della Joint Congressional Inquiry che lo contiene. Anche se lo aveva promesso alle famiglie delle tremila vittime dell’11 Settembre.
Ecco, da tutto questo si può pensare che la morte di Marshall e dei suoi figli sia stata un duplice omicidio con suicidio, come dice lo sceriffo Caris Hewitt? Oppure qualcuno ha davvero mandato un sicario per sterminare tutta la famiglia? Ognuno faccia le proprie riflessioni.
Vorrei aggiungere una curiosità, se così si può definire. Pare che scrivere su Bush e sull’11 Settembre non porti bene. J.H. Hatfield, autore del libro The Fortunate Son (Il Figlio Fortunato), nel quale raccontava l’”anno mancante” di George W. Bush, cioè il periodo nel quale si sottopose ad una cura disintossicante da droga, venne trovato morto, ufficialmente per suicidio, il 18 Luglio del 2001. Il giornalista Gary Webb, che in una serie di articoli aveva raccontato della cocaina spedita dagli Stati Uniti per finanziare l’acquisto di armi per i Contras, venne trovato morto il 10 Dicembre del 2004. Anche per lui si parlò di suicidio. Il 19 Febbraio del 2005 un altro giornalista, Hunter S. Thompson, che stava preparando un ampio articolo sull’11 Settembre, venne trovato senza vita. Anche in quel caso, venne detto che si era ucciso.    
Vorrei concludere con le parole del giornalista William F. Wertz, Jr.: “Data la natura esplosiva di queste rivelazioni, il tempo è ormai stramaturo per spingere affinché quel capitolo venga declassificato. La verità adesso deve venir fuori”.
Voi che ne dite: succederà?

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