Intervista al professor Erasmo Recami, biografo dello scienziato scomparso

“Un’assurdità
ritenere Majorana un nazista”

Non esistono prove o testimonianze sull’ipotesi
di una presunta collaborazione con la Germania di Hitler

di Rino Di Stefano

(RinoDiStefano.com, Giovedì 25 Novembre 2010)

Il Prof. Erasmo Recami“Pensare che Ettore Majorana possa essere stato un nazista, e che addirittura si fosse rifugiato in Germania dopo la sua sparizione nel marzo del ’38 per collaborare con Hitler, è semplicemente un’assurdità. A parte il fatto che non esiste alcuna prova attendibile a riguardo, dire una cosa del genere significa non sapere nulla della dimensione umana e spirituale di questo nostro grande e misterioso fisico. Significa ignorare la sua sensibilità, i suoi dubbi, il suo innato senso dell’umorismo. No, Ettore Majorana non era un nazista”.
Per il professor Erasmo Recami, docente di Fisica e Struttura della Materia presso l’Università Statale di Bergamo, conosciuto in tutto il mondo come biografo di Ettore Majorana, non ci sono possibilità di dubbio: l’ipotesi di un Majorana nazista non sarebbe altro che una delle tante leggende metropolitane che da decenni circolano sul grande scienziato. Del resto il suo libro “Il caso Majorana”, pubblicato per la prima volta nel 1986 con Mondadori e ormai giunto alla sesta edizione con Di Renzo Editore, è considerato da tutti gli studiosi l’opera più completa e più documentata sul fisico siciliano scomparso nel nulla la fredda mattina di venerdì 25 marzo 1938, all’età di 31 anni, nel porto di Napoli.

Professor Recami, chi era dunque Ettore Majorana?
“Majorana, nato a Catania il 5 agosto 1906, era una delle menti più brillanti della scienza italiana. Enrico Fermi, che aveva conosciuto tutti i maggiori scienziati del suo tempo, compreso Einstein, lo considerava uno dei più forti ingegni del nostro tempo e la promessa di ulteriori conquiste. Un genio all’altezza di Newton e Galileo. Non c’è alcun dubbio che, se avesse continuato la sua attività di professore all’Università di Napoli, oggi in Italia avremmo una delle Scuole di Fisica più celebrate del mondo”.

Ettore MajoranaCome era il suo carattere?
“Aveva un temperamento allegro e gioviale. La sorella Maria lo ricordava come una persona molto buona e di elevato spessore culturale. Due esempi possono spiegare meglio di qualunque discorso l’indole di Ettore. Il primo, quando, senza saper guidare e privo di patente, prese l’auto del padre finendo poi contro un muro. Una cicatrice su una mano gli restò come ricordo di quella sciocchezza. Il secondo è quando, per aiutare un suo amico, si presentò al posto suo per dare un esame di matematica all’università. Inoltre era una persona estremamente sensibile, come possono dimostrare diverse lettere di persone che lo conoscevano. Una di queste era il professor Gilberto Bernardini che, ricordando Majorana, in una lettera dell’8 settembre 1987 scriveva che di lui aveva ‘ancora viva l’impressione di un’intelligenza che mi stupiva perché andava oltre la mia capacità di poter capire. Mi hanno anche ricordato una sensibilità umana non celata da un disincantato umorismo’. Persino un esame grafologico, compiuto dal dottor Gianni Sansoni sulle sue lettere, dimostra la spiccata sensibilità umana di Majorana.  ‘Posso dire – scrive Sansoni – che il Majorana doveva essere persona mite e buona, bisognosa d’affetto più che mai e penso che miglior elogio non gli si possa fare che avvicinandosi alle sue vicende con rispetto e comprensione’. Ma abbiamo anche altre testimonianze. Per esempio, quella del fisico tedesco Rufolf Peierls, che lo conobbe nel 1932, prima che Majorana partisse per la Germania. ‘Mi apparve come un fisico straordinariamente dotato – scrive Peierls da Oxford al collega Donatello Dubini, a Colonia, il 2 luglio 1984 – un poco timido, e veramente contrario al fascismo’. E si può dunque capire con quale stato d’animo si dovette iscrivere al Partito Fascista nel 1934 o 1935, altrimenti non poteva partecipare ai concorsi per ottenere una cattedra universitaria. Insomma, quella di Majorana nazista è una teoria che non sta in piedi”.

La lettera del Rettore dell'Università di Napoli
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Una lettera di Ettore Majorana
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Eppure, in una lettera che Majorana scrisse dalla Germania si intravede una certa simpatia per il nazismo…
“Ogni cosa va collocata nel giusto contesto per essere compresa e spiegata. In questo caso parliamo della lettera che Majorana scrisse alla madre il 22 gennaio 1933 dall’Institut fur Theoretische Phisik del professor Heisenberg, a Lipsia. Si trovava lì grazie ad una borsa di studio del CNR che Enrico Fermi gli aveva fatto ottenere. In effetti, in quella lettera si evince una velata simpatia per il nuovo regime nazista, del quale Majorana cerca di spiegare l’appoggio popolare ottenuto. Ma bisogna comprendere che quella era la prima volta che Majorana si trovava a vivere da solo, in un altro paese. E che il nazismo non aveva ancora la criminale connotazione che poi ha assunto. Probabilmente si era lasciato prendere dall’entusiasmo di essere ben distante dalla madre che, come è noto a tutti coloro che hanno studiato la vita di Majorana, era sempre molto possessiva e invadente verso i figli. Non dimentichiamo che veniva da una famiglia del Sud e lui era un figlio molto rispettoso. Tra l’altro voleva anche molto bene al padre, che morì subito dopo. Tanto per dirne una, la madre era solita comprare la biancheria intima dei figli, anche se erano adulti e già sposati. E poi pretendeva che la indossassero. Il giovane Majorana in una delle sue lettere arriva al punto di dire che Lipsia è una bellissima città, mentre mi risulta che a quel tempo non lo fosse affatto”.

E Majorana non si oppose mai al potere della madre?
“Una volta lo fece. Probabilmente perché non ne poteva più. Ma bisogna spiegare chi era questa donna e quale fosse il suo stile di vita. Il suo nome da nubile era Salvadora Corso, ma presto si fece chiamare Dorina. Amava la bella vita: le vacanze termali in quella che allora si chiamava Abbazia, in Slovenia; girava per le capitali europee ed era sempre in movimento. Era innamorata di Parigi e non faceva che parlarne a casa. Un bel giorno, si vede che proprio non la reggeva più, Ettore le si rivolse contro e urlò: ‘Ma basta con questa Parigi!’ Probabilmente fu quella la sua prima reazione contro la madre. Del resto, aveva accumulato per anni. Pensate che da piccolo la madre lo esibiva come un fenomeno da baraccone, in casa. Visto che era bravissimo a fare complicatissimi calcoli a mente, chiedeva ai suoi ospiti di rivolgere domande al figlio. Lui, che era timido fin da allora, si nascondeva sotto il tavolo e da lì rispondeva. Questa capacità di calcolo non lo lasciò mai. Con Fermi, per esempio, si sfidavano nel risolvere problemi matematici particolarmente difficili. Mentre Fermi utilizzava un regolo calcolatore, Majorana guardava contro il muro, che era l’analogo di stare sotto il tavolo, aspettava che Fermi finisse i suoi calcoli e poi diceva il risultato. Che, ovviamente, era sempre esatto”.

Facile immaginare che suscitasse invidie…
“Certamente. Per esempio, Emilio Segre, detto il basilisco, anche lui membro della cerchia di Fermi, diceva in giro che Majorana con le sue capacità matematiche poteva guadagnarsi da vivere esibendosi in un circo”.

La prima ipotesi che hanno fatto gli inquirenti dopo la sua scomparsa, era quella del suicidio. Lei che ne pensa?
“Non credo davvero che Majorana possa essersi ucciso. Disponiamo di tutta la sua corrispondenza prima di quel fatidico giorno del 1938. Le lettere erano tranquillissime e scritte con una grafia molto lineare, senza quelle sbavature tipiche di chi ha qualche problema nervoso. Ettore Majorana, il giorno in cui è scomparso, non era affatto agitato. Aveva preso la sua decisione e la stava attuando. Ma quale che fosse, non era quella di togliersi la vita. Non sta in piedi neanche la teoria del rapimento da parte di una potenza straniera. A quel tempo se ne fregavano dei fisici teorici, così come se ne fregano adesso. Solo dopo la bomba atomica c’è stato un movimento d’interesse verso i fisici, quando hanno visto a che cosa portavano gli studi di certi professori. Del resto, come ha ben evidenziato Leonardo Sciascia nel suo libro ‘La scomparsa di Majorana’, molte delle lettere di Majorana erano volutamente un po’ ambigue. Come se avesse voluto far credere che egli si fosse ucciso, per cui sarebbe stato inutile cercarlo. In una lettera inviata il 25 marzo 1938, e cioè il giorno prima di sparire, al collega Carrelli, per esempio, dice ‘conserverò un caro ricordo almeno fino alle undici di questa sera, e possibilmente anche dopo’. Per inciso, le undici era l’ora di partenza del traghetto che quella sera avrebbe dovuto trasportarlo da Napoli a Palermo. Insomma, questa ambiguità non era casuale”.

Al centro, Ettore Majorana durante un viaggio in naveE allora che cosa avrebbe fatto nella realtà, secondo lei?
“Io ho ricevuto moltissime testimonianze. Qualcuno mi ha detto che sarebbe andato in Argentina, poi si sarebbe recato in Germania per poco tempo e quindi sarebbe tornato in Italia, dove si sarebbe rifugiato in un convento. Alcune di queste testimonianze sono riuscito a controllarle, altre no. Per esempio, l’ipotesi del convento, che è la più probabile, è confortata da due versioni attendibili. La prima viene da una lettera che il Rettore dell’Università di Napoli, dove Majorana aveva ottenuto una cattedra per chiara fama e meriti speciali, ha spedito alla Direzione Generale Istruzione Superiore del Ministero dell’Educazione Nazionale, ai primi di maggio del 1938. Riferendosi alla nota n. 87966 del 29 aprile 1938 del Questore di Napoli, il Rettore afferma che ‘E’ emerso soltanto che lo scomparso, pare il 12 corrente, si presentava al Convento di S. Pasquale di Portici per essere ammesso in quell’ordine religioso, ma non essendo stata accolta la sua richiesta, siallontanò per ignota destinazione’. Successivamente la polizia scoprì che Majorana si era rivolto anche ad un altro convento nei pressi di piazza del Gesù Nuovo, il Monastero di Santa Chiara dei Frati Francescani Minori, rinnovando la sua richiesta. Ma non si sa come andò a finire. Quando la famiglia si presentò per fare ricerche, un frate domandò loro. ‘Ma perché lo cercate? L’importante è che lui sia felice’. E poi c’è la pista argentina”.

Il libro del Prof. Erasmo RecamiQuante probabilità ci sono che Majorana si sia recato in Sud America?
“Tutto quello che posso dire è che ho avuto la testimonianza di Carlos Rivera, direttore dell’Istituto di Fisica dell’Università Cattolica di Santiago del Cile, il quale sostiene che per due volte è entrato indirettamente in contatto con una persona che si faceva chiamare Ettore Majorana e si qualificava come uno scienziato del gruppo di Fermi. Ma non è sicurissimo quanto egli dice. Secondo il suo racconto, ogni tanto Majorana si sarebbe recato a Buenos Aires dove alloggiava all’Hotel Continental. Io ho chiesto a Giulio Gratton, direttore del Dipartimento di Fisica dell’Università di Buenos Aires e figlio di Livio Gratton, noto astrofisico italiano che viveva in Argentina, di dirmi dove si trovava esattamente il Continental e lui mi ha risposto che non esisteva. Invece è l’albergo più famoso di Buenos Aires. Evidentemente non voleva far sapere nulla. Un’altra volta, sempre questo Rivera, era seduto in un ristorante e scriveva alcune formule sul tovagliolo di carta, come fanno spesso i fisici, e il cameriere gli ha detto che era la seconda persona che vedeva scrivere in quel modo. La prima, ricordava, era un certo Ettore Majorana che andava lì a mangiare. Un’altra testimonianza riguarda una certa signora Talbert, madre dell’ingegner Tullio Magliotti, la quale ha affermato che Majorana era un amico di suo figlio. Dopo aver ricevuto una telefonata del figlio, però, si è chiusa a riccio e non ha più voluto dire niente. Diversi mesi dopo la casa è stata chiusa e non si è saputo più nulla né della signora Talbert né del figlio. Un’altra pista viene dalla signora Blanda de Mora, vedova dello scrittore guatemalteco Asturias, Premio Nobel 1967 per la letteratura. La signora de Mora a Taormina, nel 1974, riferendosi a Majorana, disse: ‘A Buenos Aires lo conoscevamo in tanti: fino a che vi ho vissuto, lo incontravo a volte in casa delle sorelle Manzoni, discendenti del grande romanziere’.  Tuttavia non ho mai avuto conferme certe a questo riguardo”.

E per quanto riguarda invece la presunta fuga di Majorana in Germania?
“Guardi, io ho conosciuto fisici di tutto il mondo, compreso tedeschi. I fratelli Dubini, di Colonia, hanno girato anche un documentario di due ore su Majorana, intervistando tutti i fisici tedeschi. Ebbene, nemmeno uno ha mai affermato che Majorana potesse essere stato in Germania dopo la sua scomparsa nel 1938. Questa ipotesi è realmente senza alcun fondamento scientifico”.

Eppure, di tanto in tanto, c’è sempre qualcuno che salta fuori con una nuova teoria sulla scomparsa di Majorana.
“E’ un fenomeno che si accentuato dopo il 2006, quando abbiamo celebrato i cento anni dalla nascita di Majorana. Purtroppo ci sono certi fisici, che non hanno studiato il caso come dovrebbe essere fatto, che tirano fuori ipotesi vecchie o assurde soltanto per acquisire qualche merito nel campo della fisica o nei media. Il fatto di riconoscere Majorana nella foto di uno sconosciuto che viaggiava in nave con Adolf Eichmann, è tutto dire. Nessuno, compreso la famiglia, ha mai visto una qualche rassomiglianza con Majorana. Insomma, tanto clamore per nulla”.

 

L’ultima leggenda metropolitana:
Majorana e la macchina che dà energia

La bozza della copertina del libro "Il Dito di Dio" di Alfredo RavelliL’ultima leggenda metropolitana sulla scomparsa di Ettore Majorana viene da un libro di prossima pubblicazione. Si tratta del “Dito di Dio” di Alfredo Ravelli, una biografia autorizzata nella quale si raccontano le vicende, e molte disavventure, di Rolando Pelizza. Pelizza, che adesso ha 72 anni e in vita sua non ha mai concesso interviste, non ha esattamente una fama cristallina. Tre mandati di cattura (poi revocati), un periodo di latitanza, conoscenze ad alto livello con ministri e presidenti, la sua immagine pubblica è a metà tra lo scienziato e l’avventuriero. Alla base delle sue disgrazie c’è la famosa macchina che dà energia. E’ lui che l’ha sempre gestita, nel bene e nel male. Ed è proprio con lui che il governo italiano nel 1976 fece l’accordo che portò agli esperimenti condotti dal professor Ezio Clementel. Così come fu lui nel 1977 a far saltare un paio di contratti miliardari con il governo americano, allora diretto dal presidente Ford, e con il governo belga, allora presieduto dal primo ministro Tindemann. Per non parlare della lunghissima serie di episodi, quanto mai misteriosi, che di volta in volta (a suo dire) coinvolgerebbero i servizi segreti di mezzo mondo.
La storia che riguarderebbe Majorana ha a che fare con l’origine della famosa macchina. Attualmente questo congegno, che si presume liberi positroni dal vuoto provocando altissime forme di energia pulita, è allo studio di una equipe di ricercatori, guidata dal professor Sergio P. Ratti, all’Università di Pavia. Nessuno ha mai saputo quale sia la tecnologia utilizzata dalla macchina, né chi l’abbia ideata. Ebbene, in questo libro, c’è scritto che nel 1958 un allora ventenne Rolando Pelizza, imprenditore bresciano, si era recato per lavoro in un convento campano dove conobbe un frate che tutti chiamavano “il professore”.  Costui avrebbe preso a benvolere il giovane lombardo e lo avrebbe quindi istruito a nuovi concetti di fisica quantistica per ben quindici anni. La leggenda continua, si legge sempre nel libro, sostenendo che ad un certo punto “il professore” fece costruire al suo allievo la mirabolante macchina in grado di annichilire la materia, impegnandolo, però, a non usarla mai, per nessuna ragione, a scopi bellici. Sembra la trama di un film, se non fosse che comunque la macchina esiste e che, in effetti, Rolando Pelizza fece sempre saltare i suoi contratti miliardari proprio perché non voleva che la macchina venisse utilizzata per fini distruttivi.
Tanto per non lasciare dubbi, il racconto ampiamente riportato nel “Dito di Dio” non è suffragato da alcuna prova concreta. C’è solo la parola di Pelizza. Del resto, se c’è chi vorrebbe Ettore Majorana nazista, ci sta pure che qualcuno lo dipinga come ideatore di una nuova e strabiliante tecnologia. L’importante, però, è che queste leggende metropolitane restino per quelle che sono e non vengano spacciate come verità. Il rigore scientifico è un’altra cosa.

r.d.s.

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(Foto: Copyright © E. Recami & M. Majorana - RIPRODUZIONE VIETATA)

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