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DAL NOSTRO LETTORE SPECIALE

L’ultima settimana di Gesù
raccontata da uno storico

di Rino Di Stefano

(Il Giornale, Giovedì 14 Maggio 2009)

L’ultima settimana di Gesù – Il vangelo di Marco ci racconta gli ultimi giorni di Gesù a GerusalemmeNon capita tutti i giorni di leggere un libro che analizzi la figura di Gesù Cristo da un punto di vista storico-politico. Ed è ancora più curioso che un simile volume, invece di essere scritto da un laico qualsiasi, sia invece l’opera di un frate cappuccino. Sto parlando del libro “L’ultima settimana di Gesù – Il vangelo di Marco ci racconta gli ultimi giorni di Gesù a Gerusalemme” di cui è autore Giampiero Gambaro, 49 anni, dal 1983 appunto frate cappuccino e attuale responsabile dell’opera sociale ed educativa Sorriso Francescano di Genova. Il libro, pubblicato dall’Editoriale Tipografica De Ferrari nell’appena trascorso periodo pasquale, non è affatto la solita descrizione di quanto accadde a Gesù nella sua ultima settimana prima del martirio sulla croce e, quindi, della resurrezione. Gambaro va molto più in là e, col taglio di uno storico professionista, ricostruisce nel dettaglio non solo le azioni compiute da Gesù in quel periodo, ma anche il contesto socio-storico-politico in cui questi avvenimenti ebbero luogo. In tutto questo, però, non si sente affatto il punto di vista del religioso, come il lettore si aspetterebbe. Invece, la descrizione degli eventi è quanto mai distaccata, verrebbe da dire imparziale, rispetto all’abito che l’autore indossa. Tutto questo fa onore a Gambaro, anche perché gli conferisce l’obiettività di uno studioso che spiega e interpreta quei lontani avvenimenti senza cercare di portare il lettore a condividere un’opinione preesistente. Senza però dimenticare che chi parla è un cristiano convinto.
Il libro abbraccia esattamente gli ultimi otto giorni terreni di Gesù, partendo dalla domenica delle palme per concludersi alla domenica di Pasqua. Il primo confronto è tra le due processioni che lo stesso giorno entrano a Gerusalemme, da parti opposte. Nella prima vediamo Gesù, seguito da discepoli e simpatizzanti, entrare nella città santa a dorso di un asino. E’ una processione pacifica, tranquilla; ma non scevra da un preciso significato politico. Da un’altra porta, contemporaneamente, Ponzio Pilato fa il suo ingresso in città alla testa di una colonna della cavalleria imperiale romana. “La processione di Gesù – scrive Gambaro – annunciava il regno di Dio, quella di Pilato il potere dell’impero”. Ma non solo. Infatti, fa notare l’autore, quel corteo militare rappresentava anche la teologia imperiale romana, una teologia che agli uomini di oggi è sconosciuta, ma che agli ebrei del tempo era molto chiara. Cerchiamo di immaginarci la scena. “Cavalieri a cavallo, soldati a piedi, armature di cuoio, elmi, armi, stendardi, aste sormontate da aquile dorate, il sole che brilla su metalli e oro”. E immaginiamo i suoni: “Piedi che marciano, il cuoio che scricchiola, le briglie che schioccano, i tamburi”. Tutto intorno: “Si solleva la polvere, le occhiate dei soliti curiosi, alcuni intimiditi altri risentiti”. Il potere romano era in marcia e, lungo la strada, lanciava un preciso messaggio ai sottomessi ebrei: l’imperatore non era solo il capo dell’impero, era considerato anche il Figlio di Dio.
E veniamo all’ingresso di Gesù. Secondo la profezia di Zaccaria, “un re sarebbe dovuto entrare a Gerusalemme (Sion) umile, cavalcando un puledro, un puledro d’asina”.  Ed è quello che appunto volle fare Gesù, per far capire a tutti chi fosse. Come spiega Gambaro, “la processione di Gesù si contrapponeva volutamente a quella che stava avvenendo dall’altra parte della città”. In altre parole, Gesù si poneva in modo conflittuale con l’invasore romano e questo suo messaggio non passò affatto inosservato né al sommo sacerdote Caifa, e quindi all’aristocrazia ebrea che collaborava con i romani, né allo stesso Pilato. E fu proprio questo contenzioso che porterà alcuni giorni dopo alla crocifissione di Gesù.
Ma questo non fu il solo guanto di sfida che Gesù lanciò al potere costituito. Quando nel lunedì successivo si recò al Tempio, cacciò in malo modo sia i cambiavalute, sia i venditori di tortore. Messa in questi termini, sembrerebbe che il Tempio fosse diventato una specie di bazar all’aperto. Invece, come fa osservare Gambaro, cambiavalute e venditori erano perfettamente legittimati e assolutamente necessari per il normale funzionamento del Tempio. Infatti, i primi cambiavano le monete dei pellegrini, i secondi vendevano gli uccelli da sacrificare. E questo Gesù lo sapeva benissimo. Allora perché li ha cacciati? Perché, risponde Gambaro, “semplicemente desiderava che il tempio fosse chiuso e terminasse le sue attività”. Il motivo: il Tempio rappresentava la passione di Dio per la giustizia, mentre la classe sacerdotale dell’epoca l’aveva sostituita con l’ingiustizia umana. In altre parole, “Gesù criticava soprattutto la violenza del potere e la collaborazione in questa politica da parte degli esponenti della religione”.
C’è solo da chiedersi quanto di tutte queste considerazioni sia storia e quanto, invece, solo parabola. “Una parabola, al di là della storicità dei fatti – risponde l’autore – può essere profondamente vera, anzi può capitare che alcune verità non possano essere espresse se non in forma di parabola”.
Un’affermazione, questa, che potrebbe adattarsi anche a molti eventi della realtà odierna.

“L’ultima settimana di Gesù – Il vangelo di Marco ci racconta gli ultimi giorni di Gesù a Gerusalemme” di Giampiero Gambaro, De Ferrari Editore, 2009, pp. 207, ISBN 9788864050447, €15,00.

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