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Il Camilleri «giallista»
parla siciliano e genovese

L’ultimo libro dello scrittore agrigentino, «La mossa del cavallo»,
storia di mafia e politica, presentato ieri al Porto Antico

di Rino Di Stefano

(Il Giornale, Giovedì 17 Giugno 1999)

La mossa del cavalloIl fatto avvenne intorno al 1875, anno più anno meno, in quel di Barrafranca, piccolo comune dell'assolata campagna siciliana. Un prete, tanto  corrotto quanto odiato dai suoi stessi parrocchiani, un bel giorno si beccò due colpi di lupara transitando a cavallo in una contrada deserta. Prassi vuole che in quelle occasioni, perché di un agguato vero e proprio si trattava, non ci siano mai testimoni. E anche se qualche anima viva per pura disgrazia si fosse trovata a passare di là mentre le schioppettate partivano, si può star sicuri che nulla avrebbe visto o sentito: ne andava della salute. Ma questo ovviamente lo sapevano coloro che in quella terra erano nati e cresciuti. Per l'ispettore dei molini mandato fresco fresco da Torino per controllare il macinato, invece, quello cui aveva assistito era semplicemente un omicidio. L'uomo stava passando da quella strada durante un giro d'ispezione e improvvisamente sentì le due detonazioni e si trovò davanti un religioso sanguinante, disteso sul sentiero, mentre il suo assassino fuggiva al galoppo. Prima di morire il sacerdote fece in tempo a dirgli che ad averlo assassinato era stato un suo cugino per una questione di eredità contesa.
Che fa a questo punto il nostro torinese?  Non conoscendo gli usi e i costumi locali, il poverino si reca subito dai carabinieri e denuncia il fatto. Conclusione: 24 ore dopo l'ispettore viene arrestato e tra i testimoni a suo carico c'è anche il cugino-assassino del prete.
È da questo fatto di cronaca vera, raccontato da Leopoldo Franchetti nel suo «Politica e mafia in Sicilia» del 1876, che lo scrittore Andrea Camilleri ha tratto l'ispirazione per il suo libro La mossa del cavallo, in questi giorni in libreria per i tipi della Rizzoli. Ieri sera Gianni Riotta, condirettore del quotidiano La Stampa, ha presentato il volume nel piazzale delle feste del Porto Antico.
Una volta tanto Camilleri non parla delle avventure e delle vicissitudini del commissario Montalbano, il poliziotto concreto e umorale che passa il suo tempo a risolvere intricati delitti e a smaniare per la fidanzata che gli telefona tutti i giorni dal suo villino di Boccadasse. La storia anche questa volta è ambientata nell'immaginario paese di Vigata, lo stesso dove Montalbano presta servizio, solo che è spostata di un secolo indietro e si basa, appunto, su un fatto di cronaca realmente accaduto.
Che Camilleri sia un maestro nel suo genere nessuno lo mette in discussione, per cui anche questa volta il romanzo è godibile nello stile e nell'intreccio della trama. Quello che dà fastidio, in questo e in tutti gli altri libri dello scrittore siciliano, è il miscuglio di dialetto siciliano con la lingua italiana. Se l'opera di Camilleri avesse come unico bacino d'utenza l'isola natìa, tutto sarebbe spiegabile. Lo scrittore racconta «pensando» in siciliano e pretende che il lettore conosca i termini che man mano va usando. Ma se il libro viene letto «in continente», come si dice in Sicilia, la situazione diventa diversa. Per quale motivo un emiliano dovrebbe sapere che «trasùto» significa entrato, «addrumò» accese, «stinnicchiata» distesa?
Ovvio che qualcuno può saltar su sostenendo che un'opera d'arte in quanto tale va comunque giustificata. Scrivere, però, vuol dire comunicare. E per comunicare si intende trasmettere un messaggio, quale che sia, in forma intelligibile. E per leggere i libri di Camilleri è un fatto che bisogna avere accanto un dizionario siculo-italiano.
In quest'ultimo libro, poi, il lettore non viene violentato soltanto con il dialetto isolano, ma anche con quello genovese. Camilleri dice di avere un debole per Genova e c'è da credergli visto che di riffa o di raffa riesce sempre a inserire un ché di ligure nei suoi libri, solo che questa volta il protagonista del romanzo, che è un siciliano cresciuto ed educato a Genova, si mette a «pensare» in genovese costringendo il povero lettore a fare i salti mortali per capire il senso di tante elucubrazioni.
La morale, comunque, è che la Sicilia, tanto quella di ieri quanto quella di oggi, è sempre la stessa e per potervi sopravvivere è assolutamente necessario «pensare» in siciliano, nel senso che occorre capire quale sia la mentalità locale per trovare soluzioni e vie d'uscita. Ed ecco quindi che il ragionier Bovara, appunto il protagonista del racconto, quando viene accusato ingiustamente di omicidio si mette subito a «pensare» in siciliano per fare quella mossa del cavallo, cioè la mossa che nel gioco degli scacchi permette di scavalcare le altre pedine, che in ultima analisi gli permetterà di uscire sano e salvo dal gioco infernale in cui era caduto.
Da accusato il nostro eroe diventa accusatore e, usando quella stessa tecnica adottata contro di lui, riesce a scombinare il gioco degli avversari costringendoli a sacrificare l'anello più debole della catena, in questo caso il cugino-assassino, pur di salvare gli interessi economici in ballo e quindi le persone che avevano organizzato quel diabolico gioco al massacro. L'importante, dunque, è salvare sempre la «cupola» anche a costo di rimetterci una o più vittime sacrificali. Un insegnamento, questo, che potrebbe essere trasportato direttamente nei tempi moderni, senza accusare alcun segno di anacronismo.
Non per nulla, alla fine del suo incubo giudiziario, il ragionier Bovara dovrà comunque andarsene e tornare all'ombra della molto più tranquilla Lanterna.
L'attaccamento di Camilleri a Genova, come lo stesso scrittore spiega, nasce non soltanto dalla sua esperienza personale e dall'affetto che nutre per la città. A Genova Camilleri trova anche qualcosa che gli ricorda la sua isola, soprattutto per quanto riguarda certi aspetti del costume ligure. La riservatezza, l'amore per la famiglia, l'attaccamento alle tradizioni e una più o meno velata ostilità per il «foresto» sono caratteri che si ritrovano a piene mani anche nella gente della Liguria.
Del resto che tra le due regioni ci sia un antico legame che non viene intaccato dai pregiudizi e dalla xenofobia riscontrabili ancor oggi, è una realtà incontestabile. Pochi sanno che la stessa parola Sicilia è un termine prettamente ligure in quanto i siculi, come spiega il professor Henri Hubert, direttore dell'Ecole des Hautes Etudes de France, altri non erano se non una delle tante tribù (Salii, Taurini, Siculi, Ambroni) in cui era suddiviso lo stesso popolo di origine mediterranea.
È ovvio che nel corso dei secoli le popolazioni di entrambe le regioni hanno assunto connotazioni e integrazioni etniche diverse, ma alla base quel nucleo primitivo è rimasto. Camilleri insegna.

"La mossa del cavallo" di Andrea Camilleri, Rizzoli, 1999, pp. 248, ISBN 8817251895, ₤25.000 (€12,91). È stato ripubblicato dalla Sellerio Editore (Palermo) nel 2017, pp. 257, ISBN 9788838936050, €14,00.

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