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DAL NOSTRO LETTORE SPECIALE

Se D’Annunzio scende dal piedistallo

di Rino Di Stefano

(Il Giornale, Sabato 19 Marzo 2011)

Gabriele D’Annunzio il “genovese”Se così si può dire, era un figlio “illegittimo” di Genova. Nel senso che con la Superba non aveva alcun tipo di legame. Né di nascita, né tanto meno di una qualche residenza. Ma, per una di quelle ragioni tanto inspiegabili quanto insondabili dell’animo umano, in qualche modo si definiva “genovese”. Per cui tutte le volte che gli capitava di approdare nei lidi del capoluogo ligure, mentre vagabondava qua e là per l’Italia e per l’Europa, non mancava mai di declamare coram populo che, ebbene sì, lui si sentiva “genovese” a tutti gli effetti. E che a dirlo fosse un personaggio famoso come Gabriele D’Annunzio, poeta e libertino per talento e attitudine, non poteva che fare piacere. Nasce da questa continuata esternazione il libro Gabriele D’Annunzio il “genovese” che Anita Ginella Capini, docente di Didattica della Storia nella Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Genova, ha recentemente pubblicato per la collana Athenaum della De Ferrari Editore. Occorre dire subito che il libro, raccontando gli innumerevoli aneddoti di D’Annunzio in quel di Genova, e i suoi rapporti con illustri personaggi genovesi di quel periodo (uno per tutti, il famoso Luigi Arnaldo Vassallo, detto Gandolin), è godibilissimo. Il taglio che la professoressa Capini ha dato al suo lavoro è spigliato, discorsivo, quasi giornalistico. D’Annunzio viene descritto per quello che era, senza fronzoli o inutili orpelli. E cioè un poeta e un drammaturgo di indubbio successo, ma anche un inguaribile narcisista innamorato del proprio personaggio, un uomo che viveva ben al di sopra delle proprie possibilità, collezionando un’infinita quantità di debiti (fu anche costretto a fuggire in Francia a causa degli infuriati creditori), e soprattutto un appassionato ammaliatore di belle donne che, come più volte ci viene spiegato nel libro, non resistevano al suo fascino. E poco conta che fosse piuttosto basso di statura, pelato e un po’ bruttino con quel suo ostentato monocolo all’occhio destro: quando ci si metteva, riusciva a portarsi a letto anche delle star come la divina Eleonora Duse, sua amante ufficiale per anni. Ma si farebbe un grossolano errore se si concludesse che, a conti fatti, D’Annunzio fosse soltanto una specie di cicisbeo d’alto bordo. Quando fu il momento di mettersi in gioco, lo fece senza pensarci due volte. E non furono leggenda gli atti di eroismo che lo videro ardito aviatore durante la carneficina della Grande Guerra, protagonista del mitico volo su Vienna con un aereo Ansaldo SVA di tela e compensato (costruito nelle officine genovesi) di cui un modello ognuno può ancora oggi ammirare all’ingresso dell’aeroporto Cristoforo Colombo, nonché comandante di un manipolo di legionari che volevano difendere l’italianità di Fiume, in Dalmazia.
Insomma, come tutti gli esseri umani, D’Annunzio aveva pregi e difetti. Solo che questi ultimi erano tanto spettacolari da creare non poche perplessità. Per cui, come ci racconta la professoressa Capini, si può comprendere l’atteggiamento di Tito Rosina, il primo specialista degli scritti del poeta nell’ottica della ligusticità, nel prendere le distanze “dal mito sulfureo del superuomo, del megalomane, dello sciupa femmine lussurioso, del vizioso cocainomane, del nazionalista antidemocratico e via citando tutta la paccottiglia di accuse, vere o false, usate dai detrattori di D’Annunzio”.
Del resto, la realtà si commenta da sola. D’Annunzio amava parlare di se sostenendo di essere “un animale di lusso”. E come tale si trattava. Per cui, non esitava un solo istante a circondarsi di beni costosissimi e a permettersi ogni sorta di lussuosi piaceri, guardandosi poi bene dal pagare i creditori. Giustamente perseguitato, nel 1910 fu costretto a emigrare a Parigi dove visse con l’amante di turno Nathalie de Golubev (anche se era sposato con Maria Harduin di Gallese e aveva tre figli) fino al luglio 1914 quando Luigi Albertini, direttore del Corriere della Sera, non riuscì a pagare l’intero ammontare dei suoi debiti italiani. Così, tornò in patria, lasciando un altro mare di fatture in sospeso a Parigi dove aveva continuato a praticare il suo sport preferito, cioè vivere a scrocco.
A richiamarlo in Italia erano stati l’allora sindaco di Genova, generale Emilio Massone, e Peppino Garibaldi, nipote dell’eroe dei due mondi, per inaugurare il monumento celebrativo della spedizione dei mille a Quarto.
La cronaca dell’avvenimento ci è stata tramandata da un ignoto cronista del “Caffaro” che, nell’edizione del 6 maggio 1915, racconta dettagli e incidenti di quella cerimonia. Tanto per cominciare, non era un 5 maggio “radioso”. La giornata viene descritta come coperta da un “cielo grigio e nuvoloso, mare agitato, vento forte, freddo e dispettoso”. D’Annunzio, scortato dal sindaco Massone, aveva con se le 45 cartelle del suo discorso e pretese di leggerle dalla base del monumento, anziché dalla tribuna sopraelevata. Aveva appena iniziato a declamare il suo testo alla folla infreddolita, quando, dopo aver salutato “la Maestà del Re d’Italia assente ma presente”, venne bruscamente interrotto da un tale ingegner Gazzano, consigliere socialista del Comune di Sanremo, che urlò: “Ma basta col re!”. Il poeta, irritato, restò impietrito, mentre intorno a lui si scatenava una rissa stile Far West, conclusa con l’allontanamento forzato di Gazzano. Ma non è che poi le cose andarono meglio. Le parole di D’Annunzio venivano spesso disturbate dai frequenti fischi delle imbarcazioni che stazionavano in zona, e il fragore del vento faceva il resto. A discorso concluso, pur non essendo stato possibile udire quasi nulla, la folla si scatenò, cercando di avvicinarsi e di toccare l’illustre poeta. A stento, D’Annunzio e Massone, con l’aiuto di alcuni assistenti comunali, cercarono di raggiungere la tribuna. Ma fu inutile. La calca era troppa, per cui dovettero intervenire i pompieri che sollevarono di peso il “vate” fino a condurlo in salvo nell’auto che lo attendeva. E qui, l’ultimo, sberleffo. Mentre entrava nel veicolo, qualcuno appoggiò una mano aperta sul cranio pelato del poeta, facendolo sobbalzare. Era stato lo studente Giovanni Ansaldo, futuro grande giornalista genovese, per scommessa con alcuni amici studenti. Pare che, dopo, D’Annunzio sorrise di quel gesto impertinente. Ma non c’è da scommetterci…

Gabriele D’Annunzio il “genovese” di Anita Ginella Capini, De Ferrari Editore, 2011, pp. 143, ISBN 9788864052021, €16,00.

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