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Il mondo plasmato dai media:
l’importanza della comunicazione
nella società contemporanea

di Rino Di Stefano

(Quaderno N.2 - 2009 della Fondazione Professor Paolo Michele Erede)

(Quello che segue è l'articolo con il quale nel Giugno 2008 ho partecipato alla seconda edizione del Premio Prof. Paolo Michele Erede. La Giuria, presieduta dal professor Michele Marsonet, Venerdì 14 Novembre 2008 ne ha disposto la pubblicazione nei Quaderno N.2-2009 della Fondazione Professor Paolo Michele Erede).

Quaderno N.2 - 2009 della Fondazione Professor Paolo Michele EredeQual è il mondo vero? E’ quello che notiamo tutti i giorni intorno a noi, oppure quello che vediamo in televisione e leggiamo sui giornali? Certamente la nostra percezione della realtà è personale e soggettiva. La nostra conoscenza si basa sulle nostre esperienze: l’ambiente dove viviamo, le persone che frequentiamo, gli avvenimenti che ci coinvolgono. Eppure, la visione che quotidianamente entra nelle nostre case attraverso un televisore, una radio, un giornale o una rivista, molto spesso è assai diversa. Del resto, non può essere altrimenti. Nessuno di noi può avere la pretesa di vivere contemporaneamente dimensioni diverse per localizzazione, stato sociale e ambiente. Per forza di cose, dobbiamo accontentarci di quanto ci viene riferito, sperando che quelle notizie siano il più possibile vicine alla realtà.
Spesso, però, non è così. Se il giornalismo, e cioè la professione che dovrebbe essere costituita da specialisti dell’informazione, fosse regolamentato da un’etica professionale che ne impedirebbe le storture dolose o casuali, potremmo essere più tranquilli. Ma così non è. Il “mestiere” del giornalista, intendendo con questa definizione la base di quella che dovrebbe essere a tutti gli effetti una professione dalla profonda utilità sociale, si basa invece su norme che vengono liberamente interpretate da Paese a Paese. E così troviamo che in certe zone del mondo il giornalismo è ancora considerato un pubblico servizio, e quindi slegato a forme di potere esplicito od occulte. In altre, invece, sotto la stessa voce si nasconde una forma più o meno velata di propaganda che ha l’unica funzione di pubblicizzare determinate notizie in difesa di precisi interessi industriali o politici.

Il giornalismo americano

Tanto per fare due esempi macroscopici, mettiamo a confronto il giornalismo anglosassone e quello italiano. Del primo prendiamo a campione quello americano, e cioè la forma di giornalismo che più di ogni altra ha cercato di professionalizzare il ruolo di chi fa informazione. Innanzitutto bisogna dire che negli Stati Uniti il problema della libertà di stampa, e quindi del professionismo dell’informazione, si pose ancora prima che gli stessi Stati Uniti si formassero.  Accadde nel 1735 quando John Zenger, editore e giornalista del New York Weekly Journal, venne arrestato dalle autorità inglesi per aver criticato il locale governatore britannico. Al giudice non interessava affatto se quanto aveva scritto Zenger fosse vero o meno: secondo la legge britannica, nessuno poteva diffamare il governatore. Punto. Ma, nonostante il suo parere, la giuria assolse il giornalista in quanto aveva detto il vero. Quel processo fu la pietra miliare del giornalismo “made in Usa”, anche se la rivoluzione che avrebbe portato all’indipendenza delle 13 colonie americane sarebbe venuta soltanto nel 1776. Il documento che certificava la libertà di stampa su tutto il territorio americano fu addirittura precedente alla stessa Dichiarazione di Indipendenza, vero capolavoro di quel grande umanista che fu Thomas Jefferson (1743-1826). Ebbene, un mese prima della composizione di questo atto, che venne definito “il certificato di nascita” degli Stati Uniti, i rappresentanti delle colonie americane firmavano quella che è passata alla storia come  The Virginia Declaration of Rights dove, nel paragrafo 12, si dice testualmente che: “La libertà di stampa è uno dei grandi baluardi della libertà, e non può essere repressa se non da governi dispotici”.
E fu così che, ovunque nel nuovo territorio americano, fiorirono giornali e riviste nei quali ognuno era libero di esprimere il proprio pensiero e di criticare le decisioni del governo.
A dire il vero, non fu sempre così. Nel 1798 l’allora presidente Adams varò l’Alien and Sediction Act che portò a 14 processi contro giornali che non gli erano favorevoli, ma la libertà di stampa riuscì a superare anche quell’ostacolo. E furono proprio i giornali a portare, nel 1824, alla formazione dei partiti politici. La stampa popolare, come la conosciamo oggi noi, nacque invece nel 1835 quando il giornalista James Gordon Bennet inventò la cosiddetta “penny press”, cioè la stampa di tipo popolare a costo bassissimo. Fu invece l’invenzione del telegrafo, nel 1844, a dare quella forma di stile che poi diventerà tipica del giornalismo americano. Infatti, vista la forzosa brevità che dovevano avere le notizie inviate attraverso il telegrafo, vennero inventate le famose cinque W: Who, Where, When, What, Why ( Chi, Dove, Quando, Come, Perché).

Precisione, precisione, precisione

Ma bisogna arrivare al 1887 per assistere alla nascita di quel giornalismo professionale che verrà poi importato in tutto il mondo come esempio di informazione accurata e corretta. In quell’anno, infatti, vedeva il suo massimo splendore il New York World di Joseph Pulitzer (1847-1911) che, grazie all’utilizzo delle nuove linotype, riuscì a velocizzare il processo di stampa e a vendere 250 mila copie giornaliere. Colui che diventerà il più celebre giornalista americano, e l’emblema dell’informazione americana nel mondo, era un emigrato ungherese approdato negli Stati Uniti all’età di 24 anni, senza saper parlare una parola di inglese. Suo è il famoso motto, valido ancora oggi e lo sarà sempre: “Il giornalismo ha tre regole d’oro: precisione, precisione, precisione”. In altre parole, prima di pubblicare qualunque cosa, il giornalista deve sempre essere sicuro di ciò che scrive. E’ sufficiente guardarsi un po’ intorno per rendersi conto di persona come questa semplice regola sia quasi sempre disattesa. Tra l’altro fu proprio Pulitzer a fondare la Scuola di Giornalismo della Columbia University di New York e a istituire il Premio per la letteratura, il giornalismo e la musica che ancora oggi porta il suo nome.
Arriviamo così al 1900 quando, finalmente, qualcuno pensò di codificare la professione del giornalista e aprire scuole universitarie per la preparazione degli specialisti dell’informazione.
La prima in assoluto fu la Scuola di Giornalismo dell’Università del Missouri nel 1908. Ancora oggi nelle università americane si legge il “Credo nella professione del giornalismo” scritto dal primo preside, Walter Williams. Ma vediamo che cosa dice:

IO CREDO
nella professione del giornalismo

Io credo che il pubblico giornale sia una pubblica fiducia; che tutti coloro collegati ad esso siano, nella piena misura della loro responsabilità, fiduciari per il pubblico; che l’accettazione di un servizio inferiore a quello che è pubblico servizio, sia un tradimento di questa fiducia.
Io credo che il pensare chiaro e la frase chiara, l’accuratezza e l’imparzialità, siano fondamentali per un buon giornalismo.
Io credo che un giornalista debba scrivere soltanto ciò che egli crede in cuor suo che sia vero.
Io credo che la soppressione di una notizia, per qualsiasi considerazione che non sia il benessere della società, sia insostenibile.
Io credo che nessuno debba scrivere come giornalista ciò che egli non direbbe come galantuomo, che la corruzione che viene dalla tasca di uno debba essere evitata così come la corruzione che viene dalla tasca di un altro;  che la responsabilità individuale non possa essere elusa difendendo le istruzioni di uno o i dividendi di un altro.
Io credo che la pubblicità, le notizie e gli editoriali debbano servire allo stesso modo per i migliori interessi dei lettori; che un unico standard di utile verità e chiarezza debba prevalere per tutti;  che la suprema prova del buon giornalismo sia la misura del suo pubblico servizio.
Io credo che il giornalismo che ha più successo - e che più merita successi - tema Dio e onori l’uomo; sia fermamente indipendente, inamovibile dall’orgoglio dell’opinione o dalla bramosia di potere, costruttivo, tollerante ma mai incurante, auto-controllato, paziente, sempre rispettoso dei suoi lettori ma mai impavido, sia veloce a indignarsi per l’ingiustizia, non si faccia influenzare dall’attrattiva del privilegio o dal clamore della folla; cerchi di dare ad ogni uomo una possibilità e, fino a dove la legge e una paga onesta e il riconoscimento della fratellanza umana lo permettono, una eguale possibilità; sia profondamente patriottico ma nello stesso tempo promuova sinceramente la buona volontà internazionale e cementi la solidarietà nel mondo; sia un giornalismo di umanità, di e per il mondo di oggi.

Walter Williams
Preside della Scuola di Giornalismo
Università del Missouri, 1908-1935

Le scuse del New York Times

E’ ovvio che con queste premesse, il giornalismo americano abbia in qualche modo influenzato tutto il mondo occidentale, gettando le basi di quello che oggi definiamo giornalismo moderno.
Si potrebbe obiettare che anche oggi negli Stati Uniti ci sono evidenti tradimenti di questa tradizione. Si potrebbe citare il caso di quel giovane giornalista del New York Times che si era inventato uno scoop dietro l’altro, attirandosi la simpatia e la benevolenza dei suoi superiori, fino a quando non è stato scoperto. A quel punto venne cacciato e smise di fare il giornalista. Si arrivò al punto che il New York Times, per scusarsi con i suoi lettori, creò un codice di comportamento che varò il 9 Maggio del 2005 intitolandolo “Preserving Our Readers’ Trust” (Preservare la fiducia dei nostri lettori). Perché soltanto mantenendo la propria credibilità, come mezzo d’informazione, un giornale può continuare a vivere e sperare di essere autorevole. Questo è vero sia in America che in Europa, ma in Italia, come vedremo, il discorso è molto diverso.

L’importanza del professionismo

Lo scopo di questo stralcio di storia del giornalismo americano, comunque, è propedeutico al tema di questo documento, e cioè “Il mondo plasmato dai media. L’importanza della comunicazione nella società contemporanea”. La comunicazione, infatti, è tanto fondamentale nella società, che soltanto regolamentata da precise regole etiche e professionali può essere considerata accurata e credibile. L’esempio americano vuol dire soltanto che, là dove si ha coscienza dei danni e dei benefici che può portare l’informazione, a seconda che sia manipolata o corretta, ci si pone il problema di formare dei professionisti. E in Italia?
Secondo Vittorio Feltri, uno che di giornalismo se ne intende (soprattutto di quello fatto a modo suo), “in Italia non si fa un giornalismo di fatti, ma di idee”. Tradotto, ciò vuol dire che i giornali italiani non si basano su quanto realmente accade (i fatti), bensì sulle speculazioni verbali sulla realtà stessa (le idee). Messa in altri termini, il giornalismo italiano sarebbe soltanto parolaio. Non per nulla, ai nostri giorni vendiamo meno giornali di quanti se ne vendevano nel 1940. Colpa della televisione? Niente affatto. Abbiamo visto come Walter Williams definisce “il pubblico giornale una pubblica fiducia”. Vediamo adesso come Carlo Barbieri, ex presidente del Consiglio dell’Ordine dei Giornalisti di Roma ed ex titolare della cattedra di Storia del Giornalismo della Facoltà di Scienze Politiche delle Università di Trieste, Padova e Roma, definisce nel suo libro “Il Giornalismo – Dalle origini ai nostri giorni ” (edito dal Centro di Documentazione Giornalistica di Roma), ciò che chiamiamo giornale: “Il giornale – dice Barbieri – non è istituzionalmente un servizio pubblico, ma ciò che in esso si può chiamare ‘la parte dello spirito’ è proprio l’aspirazione a essere un servizio di pubblica utilità; e tuttavia un quotidiano è un’azienda industriale e commerciale non diversa dalle altre”. In modo molto forbito, l’illustre scrittore ci sta dicendo che soltanto spiritualmente un giornale può essere definito di “pubblica utilità”, ma in effetti è tutt’altro. Intendiamoci, Barbieri ha perfettamente ragione. Ma resta il fatto, innegabile e incontestabile, di quell’avverbio, “spiritualmente”,  che determina la differenza tra l’informazione professionale e quella dilettantistica di tipo propagandistico.
Infatti, dopo qualche riga, Barbieri aggiunge: “In Italia la situazione non è confortante, considerata nel suo complesso; anche i giornali di buona tiratura, quelli che cioè sfuggono alla condizione umiliante imposta da finanziamenti e sovvenzioni, si trovano a dover combattere contro pressioni diverse ma tutte preoccupanti: l’invadenza del potere politico e dello Stato; il peso della pubblicità nel bilancio aziendale; il fenomeno della concentrazione editoriale. Possiamo evitare di soffermarci sul primo di questi pericolosi intralci alla libertà del buon giornalismo – aggiunge Barbieri – poiché l’alleanza del potere politico e di quello economico nell’ostacolare una seria e completa informazione e nel favorire una verbosa ‘disinformazione’ del pubblico è una piaga nazionale a tutti nota”.
Queste parole non hanno bisogno di alcun commento. Inutile quindi riepilogare la storia del giornalismo italiano partendo dalla Gazzetta Veneta di Gasparo Gozzi (1713-1786), fino ai fogli del Risorgimento e quindi ai giornali intruppati del ventennio fascista e alla stampa del dopoguerra della neo Repubblica Italiana. In tutti i casi, e l’esempio è davvero mortificante, il numero di copie vendute è sempre assolutamente irrisorio rispetto a quello degli altri Paesi.

Il dilettantismo dei giornali italiani

Il significato di questa situazione è che in Italia non si è mai preso sul serio il problema del professionismo nell’informazione, nonostante tutti gli sforzi compiuti in questi ultimi anni dall’Ordine Nazionale dei Giornalisti. Infatti l’Ordine ha cercato di promuovere una legge che impone una laurea in giornalismo per poter accedere alla professione, ma tale provvedimento, ancora nella forma embrionale di disegno di legge, non è mai stato varato.
Il risultato, nelle redazioni, è che quasi sempre il giovane aspirante giornalista viene lasciato in balia di se stesso e deve imparare regole comportamentali che hanno più a che fare con la sopravvivenza (destreggiarsi per non dispiacere chi impartisce gli ordini) piuttosto che formarsi una coscienza professionale. Messa in altri termini: si deve fare quanto viene richiesto, piuttosto che quanto dovrebbe essere fatto. E circa la pubblica utilità del servizio, è ingenuo persino il pensare che possa essere presa in considerazione. Che tipo di informazione può dunque essere prodotta da giornalisti che vengono formati in questo modo?
Fortunatamente le eccezioni non mancano, ma, appunto, sono eccezioni.
A tutto questo, soprattutto negli ultimi anni, si aggiunge uno spaventoso calo del professionismo in tutti i settori. Sembra di assistere al trionfo del dilettantismo allo stato puro. E’ come se, in mancanza di regole certe, ognuno si inventasse le proprie ignorando quelle altrui. Nel mondo dell’informazione questo si traduce in un pericoloso e quanto mai dannoso pressappochismo che rende assolutamente inattendibile ciò che viene scritto o trasmesso. In pratica, tutto diventa spettacolo e pettegolezzo. Non solo: per poter acquisire lettori o telespettatori, i media cercano di abbassare il più possibile il proprio livello culturale, contando sul fatto che buona parte della popolazione è a livelli di subcultura. Non per nulla, le riviste più lette sono quelle del cosiddetto “gossip”.
Questo è vero un po’ ovunque. Negli Stati Uniti, per esempio, il giornale più letto è il National Enquirer, che vende la bellezza di 4,5 milioni di copie. Ma quel tipo di informazione è conosciuta anche come “yellow journalism” (giornalismo giallo), e cioè un tipo di giornalismo assolutamente inattendibile e poco veritiero. Lo stesso tipo di giornalismo che da noi sta diventando la norma.

Le pressioni sull’informazione

E veniamo adesso a che cosa significa poter esercitare pressioni sull’informazione per raggiungere qualche risultato concreto. Le pressioni possono essere di due tipi: politiche o commerciali: Nel primo caso si tratta di incanalare l’opinione pubblica verso un particolare partito o un’area politica. Nel secondo, insinuare nelle menti dei consumatori mode, stili di vita e di comportamento che possano favorire chi produce questo o quel bene.
Sempre mantenendo la differenza tra il giornalismo di tipo americano e quello di tipo italiano, si può dire che il primo tende a favorire l’aspetto commerciale ed entra nel politico solo marginalmente, tranne che nelle occasioni importanti. Più che altro, la cronaca viene tenuta fuori dal dibattito politico che, invece, fa parte dello schieramento dei singoli giornali a favore di determinati uomini politici o, nel caso di elezioni, di questo o quel candidato. L’aspetto commerciale, invece, è più subdolo e diventa tema di servizi o editoriali mirati. Comunque sia, la stampa americana tiene sempre presente che, se va contro l’interesse generale, rischia di pagarla cara.
Il discorso è molto diverso in Italia. Nel nostro Paese le pressioni sono sia politiche che commerciali. Per quanto riguarda quotidiani, riviste, radio e televisioni, i gruppi industriali che posseggono le testate cercano costantemente di condizionare il lettore verso i propri fini. Si gioca moltissimo sull’ignoranza dei lettori. Non tutti sanno, ad esempio, che il quotidiano La Repubblica, la cui diffusione ha superato Il Corriere della sera dopo che il direttore Paolo Mieli nelle elezioni politiche del 2006 ha scritto esplicitamente che il suo giornale appoggiava la sinistra contro il centro destra, è di proprietà di uno degli industriali più ricchi d’Italia, Carlo De Benedetti. E Libero di Vittorio Feltri è l’organo del Movimento Monarchico Italiano.

Le diverse realtà dei media

A prescindere comunque dalla testata, è un fatto che ogni mezzo di comunicazione dipinga la realtà a modo suo. Per quanto paradossale possa sembrare, un cittadino italiano che voglia davvero farsi un’idea su quanto sta avvenendo nel proprio Paese, ogni giorno che Dio manda in terra dovrebbe leggersi almeno sei quotidiani, guardare cinque diversi telegiornali e ascoltare quattro giornali radio. E’ ovvio che non lo fa nessuno, se non i professionisti dell’informazione.
Cosa ne esce da tutto questo? Prima di tutto una realtà confezionata su misura per l’aspirante consumatore ed elettore che rientri dentro i parametri decisi a tavolino da chi ha il potere di farlo. Del resto, senza voler entrare più di tanto nel discorso politico, come mai in Italia per anni è stata favorita una mentalità più incline alla sinistra, promovendo modelli e comportamenti che facevano pensare più in un senso che nell’altro? E perché i giornali hanno sempre appoggiato minoranze chiassose e prepotenti che imponevano il loro volere sulla maggioranza, definendo queste manifestazioni come “espressioni di democrazia”? Come mai diversi ex protagonisti dei gruppi extraparlamentari post 1968 sono stati nominati direttori di testata, portando la loro linea politica dentro ogni casa?

La guerra al merito

Non parliamo di merito, perché in Italia non c’è nulla che unisca di più le diverse forze politiche: la guerra al merito. Il merito è combattuto da chi detiene certe posizioni di privilegio e sa di non poterle lasciare in eredità ai figli se la regola fosse di mettere il più meritevole a quel dato posto di responsabilità; il merito è il nemico numero uno dei sindacati che, nella smania di appiattire tutte le posizioni, non possono tollerare che il più bravo emerga; il merito viene osteggiato con ogni forza dai partiti di sinistra che vedono nell’eguaglianza, a prescindere dalle capacità intellettuali e professionali, la sola possibile parità tra lavoratori; il merito è infine boicottato dalla scuola italiana che, nel miraggio di far studiare tutti, indipendentemente dalla voglia dei singoli individui di spendere il proprio tempo sui libri, da almeno vent’anni ha appiattito verso il basso l’apprendimento degli studenti  per non fare torti a nessuno. E’ dunque ovvio che, in una generale situazione di questo tipo, sul territorio nazionale l’unica pianta che riesca a fiorire è quella della tradizionale e italica furberia. L’intero sistema nazionale è un osanna ai furbastri di ogni tipo e l’informazione, che è ben conscia di tutto questo, appoggia l’andazzo. Il tutto, però, condito da un’enorme quantità di terribile ipocrisia. Qualcuno la definisce uno stile “politically correct”. Ma è ben altro.

Ipocrisia colpevole

Attestato di partecipazioneFacciamo un esempio pratico di come la stampa, l’intera stampa nazionale, ha affrontato un argomento che ha molto colpito l’opinione pubblica italiana per l’alta drammaticità degli eventi. Stiamo parlando del giovane carabiniere ucciso venerdì 6 giugno 2008 in quel di Pagani, in provincia di Salerno, nel tentativo di sventare una rapina. La vittima si chiamava Marco Pittoni, 33 anni, sottotenente dell’Arma. Secondo quanto riportato da tutti i media, Pittoni si trovava all’interno dell’ufficio postale insieme ad altri avventori, quando tre individui armati di pistola hanno fatto irruzione nel locale. Uno dei tre spiana l’arma contro la gente in attesa, mentre gli altri due scavalcano il bancone per rapinare gli impiegati. Pittoni è in borghese e armato, ma non estrae la propria pistola. Anzi, urla in direzione dei banditi: “Carabinieri, abbassate le armi”. E si scaglia, a mani nude, contro il bandito armato che tiene lui e gli altri sotto mira. Il risultato è che quello gli spara due colpi e lo ammazza. Poi i tre scappano, anche se all’esterno dell’ufficio postale ci sono un maresciallo e un carabiniere che, sentendo i colpi d’arma da fuoco, intervengono e sparano contro l’auto dei banditi in fuga.
Tutti i giornali, le autorità e gli alti gradi dei Carabinieri hanno subito definito il povero Pittoni un eroe. E senza dubbio questo giovane carabiniere lo è stato, ma nessuno si è posto il problema del perché il sottotenente si sia lanciato, disarmato, contro il bandito. O meglio: l’interrogativo è stato risolto sostenendo che Pittoni non ha usato la sua arma d’ordinanza perché non voleva sparare tra la gente. Così, adesso che è morto, abbiamo un eroe in più e un ufficiale dei carabinieri in meno.
Adesso cerchiamo di vedere le cose da un’altra visuale. Che cosa sarebbe accaduto se Pittoni avesse estratto l’arma e avesse sparato contro il bandito che lo teneva sotto tiro, uccidendolo sul colpo? Che cosa avrebbero scritto i giornali se l’eroico carabiniere , dopo aver ucciso il primo bandito, avesse puntato l’arma contro gli altri due e, giocando sulla loro sorpresa (non si aspettavano davvero che nell’ufficio postale ci fosse un militare armato) ne avesse colpito uno o, addirittura, tutti e due? La risposta è semplicissima: i titoli sarebbero stati del tipo: “Sparatoria all’O.K. Corral alle Poste: carabiniere-sceriffo uccide bandito” . Subito sarebbe intervenuto il sostituto procuratore di turno che avrebbe messo sotto inchiesta il sottotenente-pistolero inquisendolo, come minimo, per eccesso di difesa. Se non per omicidio volontario. Inoltre tantissimi giornali avrebbero messo in dubbio le capacità mentali del giovane carabiniere, accusandolo di aver messo a repentaglio la vita della gente che in quel momento si trovava nell’ufficio postale. Aveva sventato una rapina? Sì, però, aveva ucciso un essere umano e aveva fatto rischiare la pelle a diverse persone. E poi che cos’è questa mania di sparare ad ogni occasione. Dopotutto, che sarà mai una rapina…
E finiva che Pittoni sarebbe stato messo sotto inchiesta, bloccato nella carriera e magari anche espulso dall’Arma. Invece, facendosi ammazzare, ha risolto il problema e tutti sono contenti per quell’eroe morto in più. Del resto, in Italia, gli eroi vivi non li vuole nessuno…
Questa non è una ricostruzione fantastica di che cosa sarebbe potuto accadere sui media se il povero Pittoni avesse estratto la sua pistola. Ma ciò che invece, senza ombra di dubbio, sarebbe successo se Pittoni avesse sparato.

Il buonismo all’italiana

Ma perché i media sono stati tutti concordi e hanno liquidato il caso in questo modo? Perché i media sanno bene che certi cliché devono essere rispettati. Il luogo comune che gli italiani accreditano di più è quello di essere un popolo bonario, religioso e anti-militarista. Un fondo di verità c’è, ma la realtà è molto più sfaccettata. Ogni giorno nel Napoletano si registrano duelli e sparatorie che nulla hanno da invidiare a certe zuffe (col morto) da Far West, ma l’immagine che resiste di Napoli è quella di Pulcinella, della pizza e del mandolino. Non è possibile dunque raccontare di un carabiniere che, invece di farsi ammazzare, spara sui banditi e magari ne stende un paio. Gli italiani, pensano gli articolisti, non sono fatti di quella pasta. Figuriamoci: un tutore dell’ordine pistolero! No, l’immagine non sarebbe gradita. Vuoi mettere, invece, un giovane carabiniere che si fa ammazzare in quel modo, per difendere la gente in coda? Ovviamente, visto che l’imperativo è di non analizzare mai razionalmente l’accaduto, ma di puntare soltanto sull’aspetto emotivo del fatto, nessuno si pone il problema del perché Pittoni abbia urlato quella frase (“Carabinieri, abbassate le armi”), visto che i tre banditi in quel momento non vedevano nessuna divisa e tanto meno un’arma che li minacciasse. Del resto, che cosa si aspettava quel giovane carabiniere, buttandosi disarmato sul bandito? Aveva calcolato le conseguenze del suo gesto? Come faceva a non pensare che i banditi fossero in tre e, anche se ne avesse eliminato uno, ne restavano altri due: che cosa avrebbe fatto contro questi ultimi? Li avrebbe minacciati a voce?
Non si pensi che i media non si pongano questi interrogativi: lo fanno, come lo hanno fatto i superiori del povero Pittoni. Solo che, paradossalmente, un carabiniere morto è molto più comodo di un carabiniere vivo che deve rispondere di aver ucciso uno o più banditi. Con buona pace di chi pensa che siano i cattivi a dover pagare, e non viceversa.

La ragione, questa sconosciuta

Da questa vicenda si ricava un altro insegnamento: perché i mezzi di informazione italiani non “ragionano” su quanto accade? Perché il lettore non viene portato a riflettere sui fatti, invece di essere stimolato sull’aspetto emozionale delle cose? La risposta probabilmente è che l’illuminismo di Voltaire non ha mai trovato casa in Italia. Nel nostro Paese si è sempre cercato di affrontare i problemi solo da un punto di vista emotivo, anche perché così si ritiene di fare più presa sull’opinione pubblica. Gli esempi sono moltissimi. Vi ricordate la pubblicità della Fiat di una ventina d’anni fa? Le automobili non venivano magnificate per la loro sicurezza, il confort di guida e la resistenza, come invece sono costretti a fare adesso grazie alle norme europee e alla concorrenza. No, visto che la qualità di costruzione era alquanto discutibile, i veicoli venivano magnificati soltanto per la velocità, per le emozioni che facevano provare al guidatore. Lo stesso vale per le questioni molto più serie come, per esempio, il terrorismo. Quelli che la stampa ha definito gli Anni di Piombo, sono stati uno dei periodi più misteriosi e indecifrabili della storia italiana. A fronte di un incredibile numero di omicidi di giudici, giornalisti e membri delle forze dell’ordine, leggevamo sui giornali che non si riusciva mai a capire chi fossero i colpevoli. Nell’opinione pubblica si era instaurata la convinzione che, dopotutto, non ci fosse nulla da fare. Il fatalismo all’italiana veniva esaltato in tutte le salse, e chi leggeva i giornali o guardava la tivù, ormai era rassegnato. Poi, un bel giorno, nel giro di tre mesi, tutti i terroristi sono stati arrestati e condannati.
Ma anche certi cosiddetti “misteri italiani” vengono affrontati dai media in modo decisamente irragionevole. Una sera al telegiornale ci fecero vedere la foto di un morto trovato nelle colline romane: aveva due fori di pallottole in testa, la pistola dentro la cinta dei pantaloni, con il cane alzato,  e i polpastrelli di tutte le dieci dita, asportati. Ci dissero che l’uomo era morto suicida e che i polpastrelli gli erano stati mangiati dagli animali selvatici. Dunque, secondo la ricostruzione che venne fatta dagli inquirenti dell’epoca, l’uomo si era sparato alla tempia un colpo di pistola. Non riuscendo a morire, se ne era sparato un altro e, questa volta, con maggior successo. Poi si era infilato la pistola sotto la cintura, tanto per non perderla. Così, mentre finalmente rendeva l’anima a Dio, dai cespugli sono usciti misteriosi animali selvatici che gli hanno mangiato solo i polpastrelli delle dita in quanto, per tali bestie, pare che siano una vera delizia. La sfrontatezza di questa ricostruzione può essere digerita soltanto da una platea di emeriti imbecilli, o per lo meno è stata fatta pensando che tali siano gli italiani. Per quanto possa sembrare strano, nessun giornale si prese la briga di contestare quello che a tutti gli effetti altro non era che un palese omicidio camuffato in modo assai grossolano da suicidio. Venne archiviato come uno dei tanti misteri italiani e nessuno ne parlò più.

L’obbligo: perdonare l’assassino

Un altro esempio di come i giornalisti affrontano le vicende da un punto di vista emotivo piuttosto che razionale, lo abbiamo quando ci troviamo di fronte ad un qualunque fatto di sangue. Le domande che si pongono i lettori, o i telespettatori, sono: chi è la vittima, chi è l’assassino, qual è stato il movente. La storia di solito viene affrontata in questo modo dai giornalisti. Prima di tutto si parla della vittima, mettendone in luce tutti i possibili aspetti positivi. Poi si passa alla famiglia, soffermandosi sul dolore dei congiunti. Se l’omicida è stato arrestato, si cercano eventuali motivazioni che possano giustificare il suo gesto. Quindi il cronista, o la cronista, piazza il microfono davanti al viso della madre o della moglie in lacrime, e chiede: “Lei perdona l’assassino?”. Sembra che questa sia la massima preoccupazione del giornalista che si occupa del caso: non di conoscere i risvolti, anche nascosti, della vicenda; no, solo di sapere se l’assassino è stato perdonato.
Un altro esempio, clamoroso, è quello di Annamaria Franzoni, la madre di Cogne. Questa donna è stata riconosciuta colpevole di aver massacrato, sfondandogli ripetutamente la testa con un corpo contundente, il figlioletto Samuele. Un crimine orrendo, soprattutto da parte di una mamma verso il proprio bambino. Eppure una precisa e mirata campagna stampa, che ha coinvolto tutti i media, in testa la televisione, ha cercato di portare l’opinione pubblica italiana dalla parte della madre assassina. Nei titoli dei giornali non si parlava della signora Franzoni, ma affettuosamente di Annamaria. Ha ucciso Samuele? E va beh, fa lo stesso. E’ stato un attimo di smarrimento, adesso bisogna pensare ai due figli della coppia che hanno bisogno della madre. Quel che è fatto, è fatto. E si è arrivati al punto che Sansonetti, direttore del quotidiano Liberazione, ha proposto di chiedere la grazia al Presidente della Repubblica.
Del resto, siamo o non siamo un popolo di buoni, di brava gente? E allora ben venga l’associazione “Nessuno tocchi Caino”, ben vengano le minoranze violente e la difesa (più o meno occulta, spesso nascosta dietro paraventi di sfondo sociale) dei criminali che imperversano nelle nostre città. E chi se ne frega di Abele e delle persone oneste che cercano di vivere la propria vita senza fare del male a nessuno.
Ecco, è così che l’informazione cerca di plasmare, spesso riuscendoci, il mondo in cui viviamo. Tutto questo può essere definito “progresso” o “inevitabile segno dei tempi”? Assolutamente no, ma è questo quello che tanti, troppi, mezzi di comunicazione cercano in tutti i modi di farci credere. Non solo: il messaggio nemmeno tanto nascosto è che, se uno non ci sta e dice che è sbagliato, viene tacciato di egoismo e definito retrogrado e reazionario. Inutile appellarsi al buon senso e affermare che esiste una netta demarcazione tra ciò che può essere definito giusto e ciò che non può esserlo. Invocare il rispetto delle regole da parte di tutti per ripristinare il vivere civile, sovente viene visto come una posizione di retroguardia da condannare. La verità, però, è che l’informazione, così come è fatta oggi, non rispecchia affatto la società civile. Attraverso l’informazione, invece, si cerca di manipolare le coscienze per ottenere precisi risultati dal pubblico. L’epoca del Grande Fratello è soltanto una farsa in cui si tenta di coinvolgere l’opinione pubblica. Se non si ragiona, se non si riflette sulla realtà di questi spettacoli da sottosviluppati, sulle falsità che ci vengono contrabbandate come esempio di “vita moderna”, alla fine anche l’uso del raziocinio diventerà un bene riservato a pochi. E i grandi manipolatori delle masse avranno partita vinta.

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