L’Italia sempre più in miseria:
spunta l’incubo fiscal compact

Non c’è crescita, il lavoro scompare, le aziende chiudono
e dal 2017 l’UE ci chiede un impossibile pareggio di bilancio.
Così il governo s’inventa nuove tasse e balzelli
prima di essere cacciato dal voto degli elettori

di Rino Di Stefano

(RinoDiStefano.com, Mercoledì 8 Febbraio 2017)

C’era una volta l’ideologia. A quel tempo la sinistra era considerata la casa di coloro che lavorano per vivere; la destra, invece, passava per simbolo di proprietà e ricchezza. C’era, appunto, ma adesso non c’è più. La società, infatti, è cambiata. E certe definizioni grossolane e semplicistiche, che non tenevano conto di realtà ben più complesse e articolate di quanto non spiegassero le sole parole “sinistra” e “destra”, non rappresentano più la vita reale. Il problema nasce dal fatto che il capitalismo selvaggio ha capito che la democrazia ne condizionava, e di molto, i movimenti. E così, poco per volta, con una strategia che ha impiegato decenni, alla fine è riuscito a cambiare l’ordine delle cose. E tutti coloro che, ingenuamente, continuano a  coltivare il proprio piccolo giardino ideologico-immaginario, ne sono diventati le vittime. Già negli anni Settanta l’alta finanza si era resa conto che partiti che difendevano esplicitamente i suoi interessi, prendevano pochissimi voti. Ricordo un esponente del Partito Liberale di allora che mi diceva come le loro riunioni erano così affollate che si svolgevano all’interno di una cabina telefonica… E fu per questo, prendendo in prestito la strategia della Fabian Society inglese, che i magnati della finanza decisero di appropriarsi della politica, utilizzando come loro strumento i partiti della sinistra. E, dunque, un elettorato sicuro e numeroso. Che cos’è la Fabian Society? Secondo l’Enciclopedia Treccani, il Fabianesimo è “il Movimento che fa capo alla Fabian Society (1883), associazione socialista inglese di ispirazione riformista, oggi assorbito in pratica dal partito laburista”. Tuttavia, a prescindere da questa definizione più o meno asettica, non sono stati pochi coloro che pensavano come, in realtà, “il fabianesimo fosse un subdolo tentativo di salvare il capitalismo dalla furia della classe operaia”. Ancora più esplicitamente, Lev Trotsky, che concluse la sua esistenza in Messico assassinato da un killer di Stalin, scriveva: “In tutta la storia del movimento laburista britannico vi è stata pressione da parte della borghesia sul proletariato attraverso l'uso di radicali, intellettuali, salotto e chiesa socialisti, e owenisti, che respingono la lotta di classe, difendono i principi di solidarietà sociale, predicano la collaborazione con la borghesia, imbrigliano, e indeboliscono politicamente l'avvilito proletariato.»
Nella sua complessità, il discorso è piuttosto semplice. L’alta finanza sovvenziona partiti e movimenti politici, soprattutto di maggioranza relativa, che predicano gli ideali di cui sopra. Per esempio, noti giornalisti di sinistra diventano direttori di grandi quotidiani nazionali e divulgano un certo modo di far cultura e affrontare i grandi temi del sociale. Lo stesso avviene per le televisioni, le radio e gli altri mezzi di comunicazione. L’obiettivo è varare una specie di “pensiero unico” dove un certo modo di vedere le cose diventa la verità ufficiale, ciò che si deve credere per essere accettati. Chi dissente viene emarginato, condannato all’oblio. Questa è la facciata. Dietro le quinte, invece, succede ben altro. I grandi interessi della finanza vengono portati a buon fine in quanto a proporli sono gli stessi partiti che essi finanziano. Ovviamente gli obiettivi sono ben mascherati e vengono accettati dalla maggioranza del popolo (o, almeno, è quello che essi sperano) in quanto ritenuti di “sinistra”.
Queste non sono parole vuote. Prendete per esempio l’Unione Europea e cercate di comprendere il perché di quello che sta succedendo. L’austerity, e cioè il metodo amministrativo-finanziario per soggiogare le economie dei Paesi più deboli a favore di quelli forti, è considerato di “sinistra”. Fate mente locale sull’euro, la moneta unica che ha distrutto l’economia italiana e seppellito quella greca: anch’esso viene considerato un vanto della “sinistra”. Ma com’è possibile che intere popolazioni vengano condannate alla miseria e alla deindustrializzazione, con indici di disoccupazione che superano ogni record precedente? Com’è possibile che milioni di persone vengano condannate senza appello alla miseria più nera, senza che nessuno alzi la testa per protestare? Guardiamo i dati italiani del presente.
Secondo il dossier “Poveri noi” dell’Associazione Openpolis e Actionaid (N. 11  dicembre 2016), “Gli individui in povertà assoluta, ovvero coloro che non riescono ad avere un tenore di vita accettabile, sono più che raddoppiati nel corso dell’ultimo decennio. Erano poco meno di 2 milioni nel 2005, oggi sono 4,6 milioni: il 7,6% della popolazione italiana. Una crescita che non ha risparmiato nessuna area della penisola, aggravando la situazione nel mezzogiorno, che resta l’area più colpita, ed estendendo il numero di poveri assoluti anche al centro e al nord. Si tratta di persone che non possono permettersi spese essenziali come quelle per gli alimenti, la casa, i vestiti, i mezzi per spostarsi o le medicine”.
Ma non si salvano nemmeno le persone al di sotto della linea di povertà relativa: i poveri sono 8,3 milioni, cioè il 13,7% della popolazione.
Come se questo non bastasse, “La quota di famiglie in povertà assoluta è quasi raddoppiata. Erano 819mila nel 2005, mentre oggi sono quasi 1,6 milioni, con un balzo dal 3,6 al 6,10%. Su 100 famiglie, 6 non possono permettersi un tenore di vita accettabile. Ma il disagio è ancora più vasto leggendo altri indicatori: il 38,6% delle famiglie non può far fronte a spese impreviste (erano il 29% nel 2005). Sono aumentate del 65% quelle che non possono permettersi di riscaldare la propria abitazione e dell’81% quelle che non consumano pasti proteici almeno 3 volte a settimana”.
Il tasto più dolente è quello del lavoro; o meglio: del lavoro che non c’è. Tra le famiglie di chi cerca occupazione il tasso di povertà assoluta è più che raddoppiato, passando dal 9,4% del 2005 al 19,8% del 2015. Ma l’elemento più significativo, ed è quello che dovrebbe fare veramente riflettere, è l’aumento del rischio povertà anche tra chi lavora, un fenomeno che il nostro paese condivide con altri grandi stati europei come, pensate un po’, la Germania. In altre parole, non basta più nemmeno lavorare: si fa la fame lo stesso. Anche perché, non dimentichiamolo, stipendi e pensioni in Italia vengono ancora oggi pagati in lire, mentre si pretende che si viva seguendo le regole dell’euro.
Secondo il dossier “Poveri noi”, nel 2005 i disoccupati in Italia erano 1,8 milioni, poco meno degli 1,9 milioni di persone in povertà assoluta. È probabile che in molti casi i due gruppi coincidessero. Da allora, entrambi i settori hanno cominciato ad aumentare, ma i poveri molto più velocemente. Nel 2015 si registrano 3,1 milioni di disoccupati e 4,6 milioni di poveri assoluti. Non per nulla, tra le famiglie operaie il tasso di povertà assoluta è triplicato rispetto al 2005, passando dal 3,9% all’11,7% del 2015 e al 12% del 2016.
C’è poi da specificare che non tutto ciò che viene definito lavoro può considerarsi tale. “Gli oltre 22 milioni di occupati italiani non sono tutti lavoratori a tempo pieno. Per l’Istat è sufficiente un’ora di lavoro a settimana per essere considerati occupati. In diversi casi una situazione lavorativa precaria o part-time può essere il fattore scatenante di una condizione di povertà. Rispetto al decennio scorso, aumentano coloro che lavorano poche o pochissime ore a settimana: il numero di chi è occupato meno di dieci ore è cresciuto del 9% dal 2005, e salgono addirittura del 28% quelli che lavorano tra le 11 e le 25 ore. I lavoratori pagati con i voucher erano meno di 25mila del 2008, sono saliti a quasi 1,4 milioni nel 2015”.
In altre parole, i dati ufficiali del governo sono volutamente ambigui, in quanto non si riferiscono a lavori stabili e duraturi. Come se tutto questo non bastasse, si è invertita una situazione che sembrava storicamente stabile: a impoverirsi sono più i giovani che gli anziani. “Nel 2015 – dice il dossier – le famiglie più giovani sono anche quelle più povere. Non può permettersi uno standard di vita dignitoso una famiglia su dieci tra quelle con persona di riferimento sotto i 34 anni. Si trova in povertà assoluta circa l’8% di quelle dove ha tra i 35 e i 54 anni, mentre in quelle dove supera i 65 anni la percentuale si riduce al 4%. Rispetto al 2005, il tasso di povertà assoluta è aumentato di 3 volte quando la persona di riferimento ha meno di 55 anni, è cresciuto di 2,7 volte quando ha tra i 55 e i 64 anni, mentre è diminuito nei casi in cui ha più di 65 anni”.
A soffrirne adesso sono anche i più piccoli. “Nel nostro paese l’11,4% dei bambini sotto i 6 anni vive una grave deprivazione materiale. Le famiglie con un unico figlio che vivono in povertà assoluta sono quasi quadruplicate tra 2005 e 2015; tra quelle numerose, con tre o più figli, quasi una su 5 vive in condizioni di povertà assoluta”.
A tutto questo si aggiunge una situazione di cui, con molta attenzione e ipocrisia, si parla il meno possibile. Mi riferisco al Fiscal Compact che è stato inserito, in modo del tutto sconsiderato, nella nostra Costituzione nell’aprile del 2012. L’articolo 81, di questo stiamo parlando, Renzi e compari non volevano modificarlo. Eppure quelle poche righe dicono che dal 2017 l’Italia dovrà lavorare per giungere al pareggio di bilancio, riducendo il rapporto tra debito pubblico e PIL. Per ottenere questo risultato, si dovrebbe avere un aumento annuale del PIL nominale al 2,5% e un’inflazione pari al 2%. In realtà, in Italia quell’aumento del PIL oggi sarebbe semplicemente stratosferico e, invece dell’inflazione, ci troviamo in piena deflazione. Cioè l’opposto. In queste condizioni, dovremmo versare 50 miliardi di euro l’anno, per una durata di vent’anni, per far scendere il nostro debito. E dove li prendiamo tutti quei miliardi? Il sistema europeo, che abbiamo già visto come funziona in Grecia, propone sempre la stessa ricetta: riduzione degli stipendi e aumento delle tasse. Cioè affamare e portare alla disperazione la popolazione. Anche questa è una formula che viene considerata di “sinistra”. Allora sarebbe il momento che qualcuno si domandasse che cosa significhi veramente questa obsoleta definizione politica e si domandasse, invece, quali siano i veri interessi di chi ci sta portando, giorno dopo giorno, alla rovina economica e sociale. La presunta Europa Unita, che di unito non ha proprio nulla, e la sua disastrosa moneta, sono vampiri sempre alla ricerca di sangue. Ed è da noi che lo vogliono. L’Inghilterra ha già reagito con la Brexit; in Francia alle prossime politiche incombe la destra della Le Pen, che vuole varare una Frexit; in Italia la gente è così stanca che alle imminenti elezioni potrebbe mandare al governo il Movimento Cinque Stelle, in risposta all’inettitudine dei soliti partiti. In queste condizioni diventa difficile dire quale sarà il futuro del nostro Paese, ma è auspicabile che i cittadini si rendano conto di quanto sta avvenendo prima che sia troppo tardi. Altrimenti sarà un macello.

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