Questo sito web utilizza cookie tecnici e analitici, utilizzando misure a NON identificare l'utente e per fornire una migliore esperienza di navigazione. Continuando a utilizzare questo sito web senza modificare le impostazioni dei cookie, o cliccando su "Chiudi", permetti il loro utilizzo. Per maggiori informazioni, leggere l'Informativa sulla Privacy.

Chiudi

I misteri
degli Anni di Piombo

di Rino Di Stefano

(Mistero Magazine, n°7, Mercoledì 24 Luglio 2013)

Copertina del settimo numero della rivista "Mistero" uscito il 24 Luglio 2013Anche la politica italiana è intrisa di misteri, spesso irrisolti, che hanno condizionato pesantemente la nostra storia e la vita di noi cittadini. Durante gli Anni di Piombo, per esempio, e precisamente tra l’ottobre e il dicembre del 1978, pare che un folto gruppo di insospettabili professionisti genovesi, tutti presunti fiancheggiatori delle Brigate Rosse, avessero costituito una cellula occulta che avrebbe fornito aiuto logistico e intellettuale al terrorismo rosso. Queste persone, che sarebbero state smascherate e individuate da una squadra speciale di copertura istituita dal questore Pietro De Longis, vennero segnalate al Ministero dell’Interno. Sembrava infatti chiaro, sulla base dei risultati delle indagini di polizia, che il cervello del terrorismo si trovasse proprio nella città della Lanterna. Ma le cose non andarono secondo il normale iter giudiziario. Tutto lascia credere che, proprio a causa di quella segnalazione, la Questura di Genova sia stata sottoposta ad un’indagine ministeriale e il questore De Longis costretto a dimettersi. I nomi di quei professionisti vennero secretati e nessuno di loro fu mai perseguito per il presunto appoggio prestato alle Brigate Rosse. Ancora oggi, nessuno sa chi siano e la loro storia è ufficialmente sconosciuta.
Ad alzare il velo sul mistero che fino ad oggi avrebbe coperto le attività delle Brigate Rosse è stato l’ex questore Arrigo Molinari (1932-2005), all’epoca dei fatti vice questore vicario della Questura di Genova. Alto, massiccio, con un forte accento meridionale che gli veniva dalla natia Acri, in provincia di Cosenza, Molinari era un poliziotto tanto determinato quanto poco incline ai mille sotterfugi della politica. Prima testimoniò quanto sapeva di fronte alla Commissione Stragi del Parlamento. E le sue dichiarazioni sono ancora oggi agli atti. Poi, visto che gli equilibri politici di fatto impedivano che certe misure venissero prese, ha affidato i suoi ricordi ad una memoria riservata che nel 2003 indirizzò ad un giornalista amico. Per Molinari questo era un comportamento usuale. Conoscendo molti cronisti, sapeva che le sue testimonianze facevano notizia e finivano sui giornali. E così sarebbe stato anche in quell’occasione, se qualcosa non fosse andata storta. Chiamiamolo mistero, destino o fatalità: fate voi. Fatto sta che quel dossier non venne mai letto e finì dimenticato in un cassetto. Soltanto adesso, casualmente, è venuto alla luce svelando gli incredibili risvolti di un’indagine che, a quanto si La pagina di presentazione di questo articolo pubblicato sulla rivista "Mistero"legge, pare che sia stata boicottata e costretta al silenzio. Ovviamente, il racconto di Molinari è personale e rispecchia le sue opinioni sia sulle indagini che sugli eventi che lo coinvolsero in quegli anni. I fatti di cui egli parla fanno però parte della testimonianza che rilasciò ufficialmente davanti alla Commissione Stragi. Non si tratta dunque di fantasie a ruota libera, bensì dell’interpretazione soggettiva di fatti precisi da parte di un investigatore esperto e qualificato della polizia di Stato. Del resto, ciò che allora era cronaca oggi possiamo definirla storia.
C’è da dire che molti studiosi degli Anni di Piombo sono giunti alla conclusione che, per comprendere il periodo del terrorismo, mancano ancora diverse tessere. Il giornalista Andrea Barbato (1934-1996), che aveva seguito molto da vicino la scia di sangue del terrorismo rosso, parlava esplicitamente di “un capitolo mancante”. Aggiungendo che, analizzando l’evolversi del fenomeno brigatista, emerge sempre il sospetto che ci sia “un’invisibile e inspiegabile regia, un progetto guidato da lontano”.
Il giudice Gian Carlo Caselli, invece, nella sua prefazione al libro “BR – Imputazione: banda armata” del giornalista Vincenzo Tessandori (Baldini Castoldi Dalai Editore) disse senza mezzi termini che “il terrorismo, al di là dei proclami, è un ‘piatto sporco’ in cui molti possono mettere le mani”.
L’opinione generale è dunque che, oltre al discorso sulla manovalanza, ci fosse una “intellighentia” occulta che di fatto guidasse le azioni dei terroristi rossi. Secondo Molinari, questo misterioso centro operativo si trovava a Genova. Vediamo perché. Prima di tutto la fondazione delle Brigate Rosse non avvenne, come recita la storia ufficiale, nell’agosto del 1970 durante un convegno di estremisti di sinistra in località Pecorile, nel comune di Vezzano sul Crostolo, in provincia di Reggio Emilia. La fondazione risale invece ad un anno prima, e cioè nel novembre del 1969 quando nella sala Marchesani, attigua all’albergo Stella Maris di Chiavari (di proprietà della Curia genovese), Renato Curcio mise insieme una settantina di appartenenti al collettivo politico metropolitano con il pretesto di trattare “i temi della presenza cattolica nella società”. Quella relazione, dice Molinari, “si può considerare la carta della fondazione La prima pagina di questo articolo pubblicato sulla rivista "Mistero"del Partito Armato, i cui concetti essenziali figurano nel testo Lotta Sociale e Organizzazione nella Metropoli”. Per inciso, questa rivelazione scritta nel 2003 da Molinari, venne poi ufficializzata nel 2009 dal libro “Dalla croce alla stella - Novembre 1969: i fondatori delle Brigate Rosse nei locali della Curia Vescovile” scritto a quattro mani dai giornalisti Maria Vittoria Cascino e Lorenzo Podestà, con la prefazione di don Enzo Mazzi (Bradipolibri Editore srl).
Molinari conosceva bene Curcio fin da ragazzo, in quanto ne aveva frequentato la famiglia quando prestava servizio a Sanremo come commissario di Pubblica Sicurezza. La madre di Curcio, racconta, “gestiva un affittacamere in corso Matteotti ed era orgogliosa del figlio, impegnato negli studi”. E continua: “Renato Curcio volentieri è venuto in Questura a Genova a salutarmi e scherzando gli avevo chiesto se voleva diventare un tupamaros e non un professionista come desiderava la madre, che faceva dei sacrifici materiali per mandare avanti i sette letti che metteva a disposizione degli anziani che volevano trascorrere l’inverno in Riviera. Ci salutammo e non l’ho più incontrato”.
E veniamo alle indagini. Tutto partì, spiega sempre Molinari, dai sospetti che si accentrarono sulla enigmatica figura del professor Giovanni Senzani. Secondo l’indagine parlamentare sul terrorismo, mai acquisita dal processo giudiziario, Senzani era “il capo più ambiguo e sanguinario delle Brigate Rosse”. Toscano, laureato nell’Università di Berkeley, in California, Senzani insegnava nelle università di Firenze e Siena ed era consulente del Ministero di Grazia e Giustizia e del Ministero dell’Interno. Secondo il dossier di Molinari, il primo a fare il suo nome ai poliziotti genovesi fu William Rosati nel settembre del 1978. Rosati era capogruppo della P2 in Liguria, loggia massonica alla quale erano associati anche Molinari e il suo capo De Longis. Rosati disse che Senzani “stava ostacolando la candidatura del professor Luigi Oliva, risultato poi iscritto alla P2, a Preside della Facoltà di Medicina dell’Università di Genova”. La Questura di Genova chiese ragguagli a quella di Firenze per sapere se avessero informazioni su Senzani, ma i colleghi fiorentini, scrive Molinari, risposero che “il professor Senzani non si era mai qualificato politicamente”. Nonostante questo, l’inchiesta genovese su Senzani andò Arrigo Molinari (Acri, 1932 - Andora, 27 settembre 2005) è stato vice questore vicario della provincia di Genovaavanti. “Le indagini – racconta Molinari – portarono alla identificazione di un centinaio di soggetti quasi tutti di Genova, tra cui il cognato di Senzani, professor Fenzi, e molti professionisti insospettabili, tutti ritenuti fiancheggiatori delle BR, per cui veniva predisposto un volume contenente le fiches con tutti i dettagli degli insospettabili”.
Ovviamente le indagini erano riservate, per cui nessuno ne sapeva niente. Ma gli interessati, e cioè gli insospettabili che erano finiti nel mirino della Questura, in qualche modo pare che lo venissero a sapere. Cominciò così un nuovo periodo difficilmente classificabile. Infatti, il questore De Longis e i suoi famigliari iniziarono  a ricevere telefonate minatorie di sempre più elevato livello.  Si arrivò al punto che, a fine anno, De Longis “rimase blindato in Questura senza mai uscire, anche perché lo stesso era sempre più convinto che era stata imboccata la strada giusta per debellare finalmente le Brigate Rosse a Genova”.
Ma non finì lì. In concomitanza con queste telefonate minatorie, improvvisamente venne avviata una campagna stampa denigratoria contro la Questura di Genova e, in particolare, contro il questore De Longis. Sembrava che ci fosse un’unica concertazione in quello che stava succedendo, anche se non c’erano prove evidenti della ipotetica regia. Eppure, dice sempre Molinari, fu proprio in quel periodo che la Questura ebbe uno dei suoi maggiori successi operativi con l’arresto, in Francia, del latitante Lorenzo Bozano, l’assassino della povera Milena Sutter.
Intanto a Genova le cose peggiorarono con l’assassinio di Aldo Moro con Henry KissingerGuido Rossa il 24 gennaio del 1979. Questo nuovo omicidio delle BR mobilitò l’intera classe operaia e anche il presidente Pertini volle partecipare ai funerali del sindacalista della Cgil. Fu a quel punto, stanco di tutti quegli omicidi, che il responsabile della Questura di Genova avrebbe preso la decisione più importante della sua carriera. “All’indomani dell’uccisione di Guido Rossa – racconta Molinari – il questore De Longis trasmise un primo rapporto con i primi nomi degli ‘insospettabili’ al Procuratore Capo della Repubblica di Genova, per cui testalmente disse: ‘Ho firmato la mia fine’. Infatti, il venerdì pomeriggio successivo il Ministro dell’Interno, On.le Virginio Rognoni, proveniente da Roma, lasciò la scorta al casello autostradale di Rapallo per incontrarsi da solo a Portofino con delle persone che non siamo riusciti a identificare, anche perché Rognoni, chiamato in causa, , non ha mai dato risposta. Il lunedì successivo Rognoni, rientrato a Roma, chiamò il nuovo Capo della Polizia, Coronas, e questo lo stesso giorno diede l’incarico al Capo del Personale e ad un Generale di effettuare subito ‘ad horas’ una ispezione alla Questura di Genova. De Longis venne messo sotto inchiesta per il contenuto di vecchie lettere anonime, per cui, indispettito di quanto stava accadendo, si dimise asserendo che ‘lui non ci stava a far ammazzare le persone, perché su cinque brigatisti tre erano falsi (infiltrati) e due buoni (veri)’”.
La Questura di Genova restò senza responsabile per due mesi. Il Ministero ordinò inoltre a Molinari di consegnare tutti i documenti riservati di De Longis, contenuti in un armadio di ferro, al generale Della Chiesa. Cosa che egli fece, senza catalogare il materiale. Secondo Molinari, questi provvedimenti ministeriali avevano a che fare con Senzani e le successive indagini confermarono il ruolo a dir poco ambiguo che aveva avuto il docente. “Infatti – prosegue Molinari – il 8 settembre 1974. L'arresto di Renato Curcio, alla guida della Fiat 128, e di Alberto Franceschini, l'uomo con i baffi bloccato dai carabinieri in borghese del Nucleo Speciale AntiterrorismoSostituto Procuratore della Repubblica, dottor Gabriele Chelazzi, accertò nel marzo del 1979 che il brigatista Salvatore Bombacci e Giovanni Senzani occupavano lo stesso appartamento a Firenze, mentre la Digos continuava ad affermare che Senzani era sconosciuto. Indubbiamente, Senzani ha saputo fare il doppio gioco”.
Insomma, mentre l’Italia era sconvolta e atterrita per il caso Moro, pare che alcuni esponenti delle forze dell’ordine proteggessero Senzani. Soltanto adesso sappiamo che nel marzo del ’78, quando avvenne l’attentato di via Fani che costò la vita ai tre poliziotti e due carabinieri della scorta di Aldo Moro, il professor Senzani non era soltanto il consulente del Ministero di Grazia e Giustizia e del Ministero dell’Interno, ma anche il capo delle Brigate Rosse. Qualcuno, come lo storico Giuseppe De Lutiis, arrivò ad insinuare che potesse essere proprio Senzani colui che interrogò Moro durante la sua prigionia.
Del resto, per ragioni a noi sconosciute, anche i brigatisti fiorentini non sono mai finiti nelle maglie della giustizia. “Dal caso Moro ai terroristi d’oggi – dice Molinari – Firenze è stata indubbiamente la base inviolabile. La colonna toscana delle BR non è stata mai smantellata. Firenze per le BR è sempre stata un porto franco”.
Se questo fosse vero, perché i brigatisti genovesi e fiorentini sarebbero passati indenni da ogni indagine? Non lo sappiamo e, forse, non lo sapremo mai.
E’ comunque indicativa la risposta che il pm Tindari Baglioni diede ad un giornalista che gli domandò come mai lo Stato fosse così impreparato nei confronti delle BR: “Non so – disse – certo sia noi che le Brigate Rosse avevamo lo stesso consulente, e cioè il Senzani”.
La violenza delle BR arrivò al cuore dello Stato nel 1978 con il rapimento e la successiva uccisione di Aldo MoroDal febbraio del 2010, dopo cinque anni di libertà condizionata, il professor Senzani è di nuovo un uomo libero e si occupa, come direttore editoriale, di una piccola casa editrice a Firenze. Pare che adesso non si interessi più di politica.
Non è stato altrettanto fortunato Arrigo Molinari. La notte del 27 settembre 2005, mentre dormiva in una stanza dell’albergo Ariston (di sua proprietà) ad Andora, l’ex questore è stato aggredito e massacrato con 22 coltellate da un rapinatore. Gli inquirenti arrestarono un ex cuoco che confessò di essersi introdotto nella stanza di Molinari per derubarlo, ma di averlo trovato già cadavere con la gola orribilmente squarciata. Non gli credettero e venne condannato a vent’anni di detenzione.
Ma la cosa più curiosa è un’altra. In quel periodo Molinari, che da quando era andato in pensione faceva il professore e l’avvocato, aveva denunciato la Banca d’Italia e la Banca Centrale Europea  per “signoraggio” con l’introduzione dell’euro. Tecnicamente, il signoraggio è il lucro che si genera dal creare moneta. Facendo un esempio concreto, una banconota da 100 euro costa all’utente 103 euro (calcolando il debito dei cittadini di un Paese sovrano) e al banchiere che la emette (in Europa l’euro viene stampato da banche private e non dagli Stati) solo 30 centesimi. Questo è il signoraggio. Ebbene, se la magistratura avesse dato ragione a Molinari, lo Stato italiano avrebbe dovuto rivedere tutta la sua politica monetaria sull’euro. Avrebbe, appunto. Perché l’udienza per discutere sulla denuncia di Molinari avrebbe dovuto avere luogo il 5 ottobre del 2005, cioè una settimana dopo quella tragica notte. Essendo morto, la denuncia decadde e nessuno si sognò mai di ripresentarla. Quando si parla di coincidenze…

© RIPRODUZIONE RISERVATA – I siti web, blog, social media, giornali, riviste, trasmissioni televisive o radio, che desiderano servirsi dei contenuti di questo articolo per la diffusione pubblica, DEVONO CITARE IL SITO WEB RINODISTEFANO.COM COME FONTE.

Articolo precedenteIndiceArticolo successivo

PDF IconSalva come PDF

HomeInizio paginaIndietro

I miei libri | I miei articoli | Eventi & News | Rubrica Letteraria | Multimedia
Documenti | Facebook | Twitter | YouTube | Instagram | Contatti

© 2001-2019 Rino Di Stefano – Vietata la riproduzione, anche parziale, senza esplicita autorizzazione
Informativa sul CopyrightInformativa sulla Privacy

Protected by Copyscape