Negli Stati Uniti ci sono ben 8 città che portano il
nome di Genova,
dal Colorado al Nebraska, dall'Illinois al West Virginia. "Ma se ghe pensu..."
(La Liguria, Marzo 2004)
Tra
le tante cose che contraddistinguono Genova c'è anche una malattia
che non perdona e che proprio sotto la Lanterna attecchisce in modo preoccupante:
la genovesite. Si tratta, per spiegarla con parole chiare, di un sentimento
che entra nelle viscere e non ti abbandona mai, a prescindere da dove ti porta
la vita. È una forma di interiorità che sale in superficie quando
stai lontano da Genova per anni, qualche volta anche per sempre. Improvvisamente
ti rendi conto che è proprio a quella città che appartieni, che
è in quella gente un po' introversa che ti riconosci, che è
passeggiando una mattina a Sottoripa, tra banchetti e rosticcerie, respirando
aria di mare condita con il pizzicore delle acciughe appena fritte, che ti senti
veramente a casa.
Chiamatelo provincialismo, se volete. Ma è certamente questo il sentimento
che i genovesi si portano nel mondo, soprattutto quando le circostanze li trascinano
via, spesso in posti davvero remoti. Qualcuno, ogni tanto, torna. Altri, la
stragrande maggioranza, preferiscono invece stabilirsi altrove, cercare una
nuova patria e soprattutto una città dove vi siano più opportunità
di lavoro e di carriera. In una parola: un futuro. Basti pensare che ancora
oggi circa cinquemila residenti ogni anno lasciano Genova.
C'è stato un periodo, però, che molti di più erano
coloro che prendevano il mare per cercare fortuna nel Nuovo Mondo. La maggior
parte era povera gente che aspirava soltanto a quel pezzo di pane che la patria
gli negava, altri erano artigiani con un mestiere che, seguendo le orme di Cristoforo
Colombo, speravano di costruire un qualcosa per sé e per la propria famiglia.
A questi disperati che si univano alle masse di emigranti per le Americhe, della
natia Genova non restava che l'ultima immagine di quelle case abbarbicate
tra i monti e il mare, che diventavano sempre più piccole mentre la Lanterna
lanciava un ultimo guizzo di luce, flebile come un addio.
Eppure quei genovesi, anche se consapevoli di essere stati traditi dalla propria
città, non hanno mai dimenticato le proprie origini. Fu uno di questi,
non conosciamo neppure il suo nome, che verso i primi del 1800, dopo essere
sbarcato da uno dei tanti bastimenti che trasportavano a Ellis Island aspiranti
operai per le fabbriche americane, lasciò la metropoli newyorchese per
avventurarsi nel selvaggio West. Erano gli anni in cui gli italiani erano sprezzatamene
chiamati "dagoes". Erano tempi in cui le offerte di lavoro specificavano:
"un dollaro e mezzo al giorno per i bianchi, un dollaro e 25 per i negri,
un dollaro e 15 per gli italiani". Al nostro sconosciuto genovese quell'atmosfera
proprio non piaceva. Così un bel giorno, dopo essersi messo da parte
quanto gli bastava per affrontare un altro viaggio, s'incamminò
verso il West. Allora tutti dicevano che laggiù, in quei territori ancora
in buona parte controllati dagli indiani, si trovavano oro e argento in quantità.
Con un po' di fortuna un uomo poteva anche diventare ricco, comprarsi
un ranch e, a Dio piacendo, mettere su famiglia.
E comunque il West era già pieno di italiani anche in quegli anni. Tanto
per fare qualche nome, fu Giacomo Costantino Beltrami (1779-1855) a scoprire
le sorgenti del Mississippi. I frati Anthony Ravallo e Gregorio Mengarini vissero
l'intera esistenza in mezzo agli indiani, istruendoli. Un altro frate,
Joseph Cataldo, arrivò al punto di imparare venti diverse lingue indiane
diventando un "paciere" ogni volta che nasceva qualche controversia
tra le tribù. E alla fine fondò anche l'Università
Gonzaga. Un ligure, frate Marco da Nizza, nel 1539 prese possesso dell'intera
Arizona in nome della corona di Spagna (evidentemente i re spagnoli avevano
capito che i liguri erano oltremodo utili per i loro interessi). Un altro religioso
italiano, padre Eusebio Chino, disegnò i contorni costieri dell'attuale
California e fu anche testimone del martirio di padre Francesco Saverio Saetta,
un missionario siciliano che nel 1695 venne massacrato dagli apache in Arizona.
È dunque probabile che il nostro eroe genovese sapesse fin d'allora
che con molta probabilità avrebbe potuto trovare qualcuno con cui parlare
la propria lingua anche nel selvaggio West. Si badi bene che stiamo parlando
dei primi anni del 1800, cioè di un periodo in cui per centinaia e centinaia
di chilometri non esistevano
città
vere e proprie, ma soltanto qualche villaggio e tanti accampamenti, soprattutto
di minatori.
Il nostro eroe, da questo momento chiamiamolo Baciccia tanto per identificarlo,
si trova dunque nell'imbarazzo di scegliersi un'area dove cominciare
la sua avventura nel West. Venendo da Nord, è assai probabile che seguì
la pista del Wyoming e, unendosi a qualche sparuto gruppo di avventurieri come
lui (le carovane arriveranno oltre mezzo secolo dopo), percorse l'intero
territorio arrivando in quello che sarà poi lo stato dello Utah, per
intenderci quello dove John Ford girò il film "Ombre rosse"
con John Wayne. Non sappiamo che cosa lo abbia convinto a continuare il cammino,
forse sempre la ricerca di oro e argento. Oppure potrebbe essersi associato
alla spedizione dell'esploratore-commerciante Jedediah Smith che tra il
1826 e il 1827 attraversò l'area. Fatto sta che in qualche modo
il nostro Baciccia entrò nel territorio di quello che diventerà
lo stato del Nevada, in quel momento ancora sotto il dominio dei messicani.
Infatti passerà agli Stati Uniti soltanto nel 1848 dopo la guerra, vittoriosa,
con il Messico.
A quel tempo, comunque, il montagnoso deserto rosso del Nevada è ancora
terra natia di Shoshone, Paiute, Bannock e Washoe, tutte tribù di cui
era molto igienico stare davvero alla larga. Anche perché avevano la
fastidiosa tradizione di ammazzare i propri nemici scuoiandoli e mutilandoli
un pezzo per volta, facendoli soffrire il più a lungo possibile. Poi,
quando i poveri disgraziati rendevano finalmente l'anima a Dio, li facevano
pure a pezzi perché, raccontavano, da morti non dovevano essere in grado
di andarsene in giro con la testa, le gambe o le braccia intere.
Come che sia, pare che Baciccia abbia davvero trovato un modus vivendi con gli
indiani, anche perché lo lasciarono in pace quando un bel giorno in quell'immenso
deserto rosso trovò un'oasi verde che ancora adesso lascia stupito
qualunque turista attraversi il Nevada. Ai suoi occhi apparve infatti una vallata
collinosa interamente ricoperta di pini dove scorreva un fiume le cui insenature
formavano incantevoli piscine naturali di acqua calda, di origine vulcanica.
Quella, decise, sarebbe stata la sua casa per il resto dei suoi giorni. Al diavolo
le miniere d'oro, quello era il suo paradiso, il posto giusto dove fermarsi
per sempre. E fu così che il nostro uomo si costruì la sua casa
di legno con il patio esterno, alla moda americana di quei giorni, e vicino
al recinto dei cavalli appese un cartello con una scritta: Genoa. L'ignoto
emigrante, sapendo che non avrebbe più potuto rivedere la sua città,
s'immaginò dunque di crearsi una sua Genova intima e personale
dove alla fine avrebbe vissuto i suoi ultimi giorni.
Non sappiamo che ne fu di lui. Così come ignoriamo se fosse solo o qualcun
altro, forse una donna, vivesse con lui in quell'angolo di Nevada che
poi verrà chiamato Carson Valley bagnata dal Carson River. Forse morì
e una mano pietosa lo seppellì in quella terra straniera. L'unica
cosa certa è che il nostro Baciccia, chiudendo gli occhi per sempre,
non seppe di avere fondato la più antica città del West, appunto
Genoa.
Secondo Billie J. Rightmire, storico di Genoa e genoano di quarta generazione,
i primi coloni arrivarono sul posto soltanto nel giugno del 1849. Si trattava
della carovana guidata da H.S. Beatie il quale, avendo
saputo che numerose altre carovane sarebbero passate proprio da quel punto,
fece costruire un grosso cottage a due stanze e a un solo piano, di circa sette
metri per
diciotto,
che avrebbe dovuto fare da stazione di rifornimento per la prevista ondata di
emigranti. Fuori, inoltre, costruirono un ampio recinto ricco di cavalli e muli
di cui intendevano fare commercio. Secondo i documenti dell'epoca, nella
stazione le carovane di passaggio potevano rifornirsi di farina, frutta secca,
pancetta affumicata, zucchero e caffè. Tuttavia, temendo di passare l'inverno
nella valle e vedendo che le previste carovane non si facevano vive, alla fine
gli intrepidi commercianti decisero di andarsene e, caricati armi e bagagli,
a settembre si rimisero in marcia per coprire gli 800 chilometri che li separavano
da Salt Lake City.
Dovranno passare altri due anni perché Genoa tornasse alla vita. Nella
primavera del 1851 infatti, il colonnello John Reese, un mormone, giunse sul
posto con il fratello Enoch e una carovana di tredici carri per fondare a sua
volta una stazione di rifornimento. La guida era Stephen A. Kinsey, nipote dei
Reese. In pratica la ditta J.& E. Reese Mercantile, un'impresa che
ben si presta alla classica attitudine dei genovesi, fu il primo mattone di
quella che di lì a poco sarebbe diventata una città. Nel luglio
del 1851 infatti i Reese si sistemarono nel cottage lasciato vuoto da Beatie,
si organizzarono e presto furono a capo di una nutrita comunità di mormoni.
La caratteristica principale di Genoa fu sempre e comunque il commercio. Negli
anni venne costruita una chiesa, la scuola e venne fondato anche un quotidiano
locale, The Territorial Enterprise .
Il Genoa Post Office fu aperto il 10 dicembre del 1852 con a capo E.F. Barnard.
La scuola invece risale al 1854 e venne chiamata Mottsville in onore della casa
di Israel Mott dove era stata aperta la prima volta.
Non si sa come i mormoni vennero a conoscenza della storia dell'ignoto
emigrante genovese che per primo aveva scoperto quella
valle. Forse trovarono la sua tomba,
forse
l'insegna che aveva lasciato. Fatto sta che nel 1854 la città di
Genoa venne ufficialmente registrata nel nuovo territorio dello Utah (il Nevada
nascerà come territorio soltanto il 2 marzo del 1861 con un decreto del
Congresso e diventerà stato il 31 ottobre del 1864) come Stazione mormone.
A chi gli chiedeva il perché di quel nome, Orson Hyde, inviato sul posto
da Brigham Young, capo dei mormoni americani, disse soltanto che voleva essere
un omaggio a Genova, patria di Cristoforo Colombo.
Nel 1854 Genoa venne anche proclamata capoluogo della Carson Valley nel territorio
dello Utah, diventando poi nel 1861 capoluogo della Douglas County nel territorio
del Nevada. Nel 1916 cedette la sua funzione di capoluogo a Minden.
La supremazia dei mormoni durò fino al 1857 quando il governo americano
minacciò le vie legali (che in americano vuol dire inviare l'esercito)
se la città non si fosse uniformata alle leggi federali. Per cui molti
mormoni se ne andarono, anche se qualcuno restò.
Quell'oro che il nostro Baciccia tanto cercò, venne infine scoperto
nel 1859 e portò alla costituzione della Comstock Lode, uno dei giacimenti
più ricchi d'America. Il tribunale di Genoa venne invece aperto
nel 1865 e costò, in valuta dell'epoca, 20mila dollari.
Il Genoa Bar, ancora oggi, è il saloon più antico del Nevada.
La storia di Genoa, invece, è gelosamente custodita nella Carson Valley
Historical Society.
Fin qui dunque, la storia di Genoa e del suo ignoto fondatore. Ma l'opera
degli emigranti genovesi in terra americana è molto più lunga
di quanta ne possa contenere un semplice articolo giornalistico. Basti pensare
a tutti i Parodi e i Repetto che il 4 luglio del 1861 sfilarono in armi davanti
al presidente Abramo Lincoln nelle schiere della Garibaldi Guard per partecipare
come volontari alla Guerra di Secessione. Portavano una bandiera italiana con
la scritta, sempre in italiano, "Dio e Popolo". E anche dopo, perdendosi
nel vasto continente americano, fondarono ben altre sette Genoa in Colorado,
Illinois, Nebraska, New York, Ohio, Wisconsin e West Virginia.Forse, quando
sulla sopraelevata ci troviamo improvvisamente di fronte la maestosa mole della
Lanterna, varrebbe la pena di pensare a tutti questi figli di Genova che quel
simbolo se lo sono portati nel cuore fino alla fine. Con la fantasia si può
immaginare il povero Baciccia, ormai anziano, che seduto sul patio della sua
casa del Nevada, fuma la pipa e ammirando l'infuocato tramonto americano,
gli scappa una lacrima e un malinconico "Ma se ghe pensu…".