Fu la strage più efferata compiuta all'ombra della
Resistenza e durò, a fasi alterne,
dal 1944 al 1985 coinvolgendo partigiani conosciuti come "la banda dei
vitelli"
Tutto iniziò con l'agguato a un reparto tedesco in
fuga nel '45: i soldati vennero tutti uccisi
e il loro carico, un vero tesoro, sparì e venne diviso tra gli attentatori
(Il Giornale, Martedì 1 Maggio 2007 - Giovedì 3 Maggio 2007)
Le
recenti manifestazioni commemorative del 25 Aprile, 62esimo anniversario della
Liberazione dal dominio nazista, hanno riportato in primo piano uno dei più
misteriosi, e irrisolti, fatti di sangue che la storia d'Italia ricordi:
il giallo di Bargagli. Nel corso di oltre mezzo secolo in questo paesino di
2.654 anime abbarbicato sulle colline dell'alta Val Bisagno, sono avvenuti
ben 23 omicidi collegati senza ombra di dubbio ad un unico episodio bellico
del quale, però, non si sa assolutamente nulla. Le "notizie"
di cui si dispone, se di "notizie" si può parlare in quanto
sembrano piuttosto dicerie nate su una leggenda la cui veridicità storica
è tutta da dimostrare, parlano di un favoloso tesoro che un gruppo di
"partigiani" avrebbe rubato ad un reparto tedesco in fuga nel 1945.
Persino la parola "partigiani" è tutt'altro che scontata
visto che, con buona pace di coloro che coltivano per fini strumentali il mito
della Resistenza, tutto lascia supporre che autori di quella rapina di guerra
non furono affatto reparti inquadrati di partigiani, quanto piuttosto delinquenti
comuni che a una settimana dal 25 Aprile del '45 si inserirono nelle file
della Resistenza per goderne, dopo, i frutti politici. Non si tratta, ovviamente,
di una grande novità. Gli italiani, come diceva a suo tempo Ennio Flaiano,
sono sempre pronti a saltare sul carro del vincitore, per cui il fatto che nel
dopoguerra si scoprisse un numero di partigiani decisamente superiore a quello
di chi aveva combattuto realmente in montagna contro le forze nazi-fasciste,
non ha stupito nessuno. Del resto, mentre durante il ventennio erano tutti fascisti,
dopo non se ne trovava più uno. Sempre con le dovute eccezioni di chi
in quegli ideali credeva davvero.
Fatto sta che a partire dal 1944 a Bargagli si è verificata una strage
a fasi alterne e dal momento che ha coinvolto partigiani o presunti tali, l'Associazione
Nazionale Partigiani Italiani ha sempre preso il megafono cercando di difendere
l'onore dei suoi iscritti. Il fatto poi che la stragrande maggioranza
delle amministrazioni pubbliche locali e regionali siano quasi sempre state
di sinistra, anche eventuali inchieste giudiziarie finivano per essere insabbiate
con grande soddisfazione del Pci prima e dei Ds dopo.
Ma per avere un'idea più precisa di quanto è accaduto nei
63 anni che ci separano da quel fatidico 1944, cerchiamo adesso di riassumere
i fatti così come risultano dalle cronache giudiziarie e dai resoconti
storici.
Tutto
cominciò durante la Seconda Guerra Mondiale quando, a causa dei sempre
più severi razionamenti, cominciò a fiorire la borsa nera. La
zona di Bargagli, con le sue 33 frazioni disseminate sull'Appennino, era
ideale per produrre beni che poi venivano venduti a peso d'oro a Genova
e nelle riviere. Soprattutto la carne. E infatti nei primi anni Quaranta si
formò una banda di "borsari neri" che macellavano gli animali
e poi ne vendevano in modo clandestino i pezzi più pregiati. Questi uomini,
di cui ufficialmente i nomi non sono mai stati fatti, erano conosciuti come
la "banda dei vitelli". A Bargagli, però, c'era un
appuntato dei carabinieri, Carmine Scotti, che aveva tutta l'intenzione
di far rispettare la legge. Napoletano, quarantenne, sposato e padre di un figlio,
Scotti prese di mira i "borsari" facendone condannare alcuni dal
Tribunale di Chiavari. Considerando che durante la guerra quello era un reato
particolarmente grave, gli imputati vennero condannati a due anni di galera
senza la condizionale.
In seguito le cose si aggravarono e anche Scotti, che era di fede monarchica,
nel '44 dovette fare la sua scelta: restare con la nuova Repubblica di
Salò o mantenersi fedele al re. Non ebbe dubbi e, messa la famiglia al
sicuro, lasciò il suo ufficio di Bargagli e raggiunse i partigiani bianchi
al Sassello, sulle alture di Savona.
Ma a Bargagli il suo nome non era stato dimenticato. Anzi. Pare che un bel giorno
una certa Maria, ragazza prossima alle nozze e da alcuni anni membro della "banda
dei vitelli", chiese come regalo di nozze proprio la testa di Carmine
Scotti. E fu accontentata. Il 12 febbraio 1944 una staffetta partigiana informò
Scotti che a Bargagli la sua casa era stata saccheggiata, per cui occorreva
la sua presenza. Non sospettando nulla, l'ex carabiniere si presentò
in paese e cadde nella trappola. Fu la sua fine. Per due giorni i "borsari"
si divertirono a torturare il povero Scotti nei modi più feroci: fu fatto
camminare sui ricci di castagne, picchiato a sangue, gli cavarono entrambi gli
occhi, lo legarono a una stufa rovente e infine, quando era ormai agonizzante,
lo finirono con un colpo in testa. La Maria, novella Salomé, aveva avuto
il suo regalo.
Neanche il corpo martoriato fu rispettato. Prima lo seppellirono provvisoriamente
nel cimitero di Bargagli, poi lo trasferirono in quello della vicina Gattorna.
Questo
fu dunque il primo, atroce delitto dei "borsari", ma non quello
che scatenò tutti gli altri. Infatti questo primo orrendo omicidio ebbe
in comune con tutti quelli che seguirono soltanto gli autori, non la motivazione.
Il giorno fatidico è il 19 Aprile 1945 quando un reparto della Wehrmacht,
proveniente dai cantieri navali di Riva Trigoso, risale la Val Bisagno e si
addentra nel bosco della Tescosa, vicino a Bargagli. Su questo episodio si è
creato più di un malinteso, in quanto nello stesso posto ma otto giorni
dopo, e cioè il 27 aprile, una colonna di circa tremila uomini, dei quali
un buon 80 per cento italiani e il resto tedeschi, al comando del colonnello
Pasquali del primo reggimento della Monterosa, si arrese a un reggimento di
nippoamericani, il 442° Fanteria della 92° Divisione Buffalo al comando
del colonnello Paul Goodman. Alla resa non parteciparono i partigiani, ma molti
anni dopo, il 27 aprile del 1995, l'allora sindaco di Bargagli Luciano
Boleto inaugurò un monumento nel quale si diceva che la colonna, formata
da settemila uomini (?), si arrese alle sole forze partigiane. Mettendo così
sul marmo un palese falso storico a uso e consumo di chi su una certa Resistenza
ha sempre campato.
Ma torniamo all'agguato del 19 aprile. Inferiori di numero, i tedeschi
quando si accorsero di essere circondati, decisero di arrendersi e alzarono
le mani. Ma non sapevano con chi avevano a che fare. I "borsari"
infatti cominciarono a sparare e i mitra non si fermarono fino a quando l'ultimo
soldato germanico non fu ucciso.
Tale comportamento non deve stupire più di tanto, in quanto la banda
non era ancora inquadrata nelle formazioni partigiane attive nella zona, per
cui non si atteneva a precisi ordini militari. Lo scopo, caso mai, era eliminare
il nemico straniero per depredarlo. Nulla di più. E quella volta il bottino
dovette essere molto più consistente di quanto essi stessi avessero potuto
immaginare.
Le voci che ci sono arrivate dicono cose diverse. Qualcuno sostiene che il reparto
tedesco trasportasse fogli ancora freschi di stampa della Zecca di Stato con
biglietti da mille lire, ancora da tagliare. Altri dicono invece che avessero
casse piene di fedi d'oro "donate alla patria", lingotti prelevati
dalla riserva aurea di una banca e altri preziosi. Nessuno, se non i presenti,
ha mai saputo che cosa realmente ci fosse
in quelle casse. Di certo, però, era un tesoro. E un tesoro deve essere
spartito. La banda decise così di incontrarsi in gran segreto la sera
del 24 aprile 1945 in una villetta di Sant'Alberto, una delle tante frazioni
di Bargagli, dove poter tranquillamente dividere il bottino lontano da occhi
indiscreti. Ma si sa, meno si è e più aumenta la parte del gruzzolo
ai rimanenti. Per farla breve, quella sera i mitra tornarono a cantare e sul
pavimento della villa restarono i corpi di quattro partigiani. E siamo così
a cinque morti, ma il numero sarebbe presto aumentato. Due giorni dopo, durante
un ballo in piazza per festeggiare la Liberazione, improvvisamente scoppia una
bomba anticarro che si porta al creatore altri quattro membri della "banda
dei vitelli". E siamo a nove.
Ma con la Liberazione la vita comincia a tornare sui binari della normalità,
per cui nel 1946 la magistratura decide di aprire un fascicolo sull'uccisione
dell'appuntato Carmine Scotti e sull'operato della "banda
dei vitelli". I primi a essere interrogati dal giudice sono un altro carabiniere
di Bargagli, Armando Grandi, e Federico Musso, il becchino del paese, chiamato
anche "Dandanin". E il cadavere del povero Scotti viene ritrovato
e riesumato.
Subito, però, qualcuno si allarma. Sono gli anni di Togliatti e nessuno
vuole mettere in piazza tutti gli eccessi e le carneficine compiute per vendetta
o vecchi rancori dai gruppi di partigiani ancora armati. Insomma, l'inchiesta
viene accantonata e qualcuno mette in giro una ballata popolare per festeggiare
l'avvenimento: "Bellu bellu l'è u scanello / u saieiva
u megiu stallu / pe a banda di vitelli". Che, tradotto dal
genovese,
significa "Bello bello è lo scanello (cioè una parte pregiata
del manzo) / sarebbe lo stallo migliore / per la banda dei vitelli".
Ma in un paese così piccolo le voci corrono. E si dice che quel "Dandanin"
si sia lasciato andare un po' troppo con il giudice dell'inchiesta.
Potrebbe aver detto in quante parti è stato diviso il tesoro dei tedeschi,
chissà? E così, il 9 novembre 1961 Federico Musso "Dandanin",
ex becchino, viene trovato ucciso con la testa fracassata a colpi di spranga,
in campagna.
L'avvertimento è per tutti gli altri: chi parla è perduto.
Ma "Dandanin" era un povero Cristo al quale molti volevano bene.
Quel brutale omicidio era parso eccessivo, anche per mantenere un segreto come
quello, e dietro le porte chiuse qualcuno parlava e si lamentava. Ma altri origliavano.
E il 17 dicembre 1969 Maria Assunta Balletto, ex staffetta durante la Resistenza,
viene trovata morta, anche lei con la testa sfondata da una spranga, dall'amica
Maria Ricci, a sua volta ex partigiana.
Siamo dunque a undici morti e a Bargagli adesso c'è davvero chi
teme per la propria incolumità. Il 21 aprile 1971, mentre il paese si
prepara a festeggiare la Liberazione, la spranga killer fa un'altra vittima
fracassando il cranio di Cesare Domenico Moresco, detto "Ce", campanaro
della chiesa. Gli inquirenti trovano tutta la casa a soqquadro, ma ancora una
volta nessuno sa nulla o ha visto nulla. L'omertà, a Bargagli,
fa impallidire qualunque centro mafioso delle campagne siciliane.
Passa qualche mese e si verifica un altro "incidente". è
il 24 settembre del 1971 e questa volta tocca a Maria Ricci, la donna che aveva
trovato il corpo della Balletto: per strada, durante una serata particolarmente
buia, qualcuno le assesta un colpo di spranga alla testa. Ma non la finisce.
Forse interrotto da qualche passante, l'ignoto feritore scappa e lascia
la Ricci svenuta in terra. I carabinieri, quando si riprenderà, cercheranno
di sapere qualcosa di più sul suo feritore, ma lei continerà a
dire di non ricordare assolutamente nulla.
La Ricci ha 80 anni e, così come tutte le altre vittime, appartiene a
quella fascia d'età che va dai 60 agli 80 anni.
Ma l'ignoto killer di Bargagli non è ancora soddisfatto. Troppi
in quel paese tra i boschi hanno la lingua lunga, e lui, chiunque egli sia,
questo non lo tollera. L'anno successivo, dunque, Gerolamo Canobbio detto
"Draghin", 76 anni ed ex partigiano, viene atteso sotto casa e colpito
con una spranga al capo. è di buona tempra, e riesce a venirne fuori,
ma ai carabinieri insiste col dire che non ha visto nessuno e non sa chi possa
avercela con lui. Forse spera di cavarsela, come ha fatto la Ricci. Ma si è
fatto male i conti. Il 13 novembre 1972 il suo corpo con il cranio sfondato
viene trovato in una strada di campagna. L'autopsia rivelerà che
è stato colpito con molta violenza almeno sette volte con una spranga.
"Draghin", si raccontava a Bargagli in quel periodo, pare che se
l'intendesse con una certa Giulia Viacava, detta "Nini", 66
anni, con la quale si confidava. Il 23 marzo 1974 anche "Nini" viene
trovata con il cranio sfondato sulla stessa strada dove era stato ammazzato
il suo presunto amante.
A
quel punto, e solo a quel punto, cominciò a circolare la voce del "mostro
di Bargagli" e un sostituto procuratore molto coraggioso, Luigi Carli
(lo stesso che diventerà procuratore generale a Genova e negli anni Ottanta
farà condannare i Br della colonna genovese) apre finalmente un'inchiesta.
Quasi subito i sospetti di Carli caddero su Francesco Pistone, 65 anni, detto
"o bregadé", un ex carabiniere che nel '44 aveva disertato
per entrare a far parte delle Squadre di Azione Partigiane. Pistone non è
nativo di Bargagli, ma vi risiede dal 1928, lavora in Comune e viene sospettato
da Carli di essere colui che attirò Scotti nell'agguato mortale.
Non appena in paese si diffonde la notizia che Pistone è nel mirino della
magistratura, il sindaco comunista Luciano Boleto insorge attaccando il giudice.
E non sarà l'unica protesta. Il 25 gennaio 1976 uno dei testimoni
chiave dell'inchiesta, Pietro Cevasco, 54 anni, conosciuto per essere
un altro degli amanti della "Nini", uccisa due anni prima, viene
trovato impiccato. Lo stato in cui è ridotto il viso, gonfio per le tumefazioni,
lascia ben pochi dubbi su come sono andate le cose, ma a quel punto scoppia
il finimondo. La giunta comunista del Comune di Bargagli, spalleggiata dall'Anpi,
urla a squarciagola su tutti i media che "Carli vuole criminalizzare la
Resistenza". E il Partito Comunista soffia sul fuoco puntando il dito
accusatore contro il magistrato sia a livello regionale che nazionale. In altre
parole, Carli era andato vicinissimo a dare un nome e un cognome all'assassino
di Bargagli, ma se questi fosse stato scoperto con ogni probabilità non
sarebbe stato zitto e avrebbe rivelato verità inconfessabili. Verità
che comunque i comunisti non volevano che a nessun costo fossero rese pubbliche.
Carli, messo sotto pressione a tutti i livelli, è costretto a tornare
sui suoi passi e chiude l'inchiesta. Fu uno degli episodi dove più
si vide l'influenza del Partito Comunista sulla magistratura.
A Bargagli, però, il sangue continuò a scorrere. Il 18 giugno
1978 Carlo Spallarossa, 63 anni, finisce misteriosamente giù da un dirupo.
Qualcuno si affrettò a dire che si trattava di un incidente. Ma la testa,
sfondata e fracassata, venne trovata a diversi metri dal corpo.
A questo punto si devono registrare due strani episodi. Il 10 novembre 1980
Francesco Fumera, 70 anni, contadino sardo che accudisce i terreni della parrocchia,
viene ferito al braccio da un colpo di fucile. Dopo poco più di un mese,
siamo al 20 dicembre 1980, Carmelo Arena, 56 anni, disoccupato originario di
Catania, viene centrato da un altro colpo di fucile. La sua agonia durerà
cinque giorni, durante i quali si rifiuterà di dire qualunque cosa. Poi
muore.
A quel punto, non trovando un nesso diretto tra questi due ultimi fatti di sangue
e i delitti precedenti, gli abitanti di Bargagli pensarono che la strage post
bellica fosse conclusa. Ma non era così.
Il 30 luglio 1983 la baronessa Anita De Magistris, pianista e direttrice del
locale coro parrocchiale, viene trovata vicino a casa sua con il cranio fratturato
da un colpo di spranga. Era appena scesa dall'auto e si stava dirigendo
verso il portone, quando è stata raggiunta e colpita da uno sconosciuto.
L'indomani la baronessa entra in coma e morirà una settimana più
tardi senza aver ripreso conoscenza.
Ma Anita De Magistris non era una donna qualunque. Infatti era la vedova di
Paul Drews, l'ufficiale della Wehrmacht che nel '44 era di stanza
nei cantieri navali di Riva Trigoso e che venne ucciso nell'agguato del
19 aprile al bosco della Tescosa, a Bargagli. Dopo diversi anni la vedova aveva
comprato una casa proprio in quel bosco e si era inserita nella comunità
di Bargagli. Si dice, anche, che facesse molte domande su come allora si fossero
svolti realmente i fatti. Forse troppe domande. Ma del resto: cosa cercava davvero
la baronessa a Bargagli? Voleva identificare i responsabili della morte del
marito oppure aspirava al tesoro che il coniuge stava trasportando?
Gli interrogativi cominciano a essere troppi per restare senza risposta e questa
volta è il sostituto procuratore Maria Rosaria D'Angelo che dice
"basta" e riapre un'inchiesta sul caso Bargagli. Al fianco
della magistrata ci sono due investigatori dei carabinieri che lasceranno il
segno a Genova: il maggiore Antonio Reho e il maresciallo Augusto Calzetta.
Sarà grazie al loro lavoro che la dottoressa D'Angelo potrà
consegnare al dottor Francesco Paolo Castellano, capo dell'Ufficio Istruzione
del Tribunale di Genova, un sostanzioso rapporto nel quale si evince la connessione
tra quattro dei delitti di Bargagli: Carmine Scotti, Gerolamo "Draghin"
Canobbio, Giulia "Nini" Viacava e Anita de Magistris. La richiesta
è di 12 mandati di comparizione.
Ovviamente Comune di Bargagli, Anpi e Partito Comunista cominciano di nuovo
a strillare per "il fango sulla Resistenza", ma il gioco non funziona
più. Castellano, da quel galantuomo che è, si rifiuta di insabbiare
la pratica e la passa al giudice istruttore Bernardo Di Mattei per farla proseguire.
Il dottor Di Mattei si scontra subito con un muro di omertà, ma va avanti.
E alla fine fa arrestare il maresciallo Armando Grandi, lo stesso che da brigadiere
nel '45 aveva svelato dove fosse la tomba di Scotti a Gattorna. Al giudice
diceva di non ricordare, ma la memoria gli tornò presto. E partirono
così le prime 14 comunicazioni giudiziarie che riguardavano Pasquale
"Pasqua" Buscaglia, membro della Volante Partigiana, medaglia d'argento
della Resistenza; Francesco "o bregadé" Pistone, il traditore
di Scotti; Dino "Pierre" Spallarossa, membro delle Squadre d'Azione
Partigiane
(Sap);
Orfeo "Fuoco" Cavelli, membro Sap; Silvio "Pirri" Ferrari,
capo della Volante Partigiana; Alfredo "Fredin" Olcese, ex partigiano;
Renato "Cillo" Olcese, suo fratello, ex partigiano; Ercole Nirso;
Giovanni Bruni Mezzadra; Amedoro "Medoro" Cevasco, macellaio e membro
Sap (il suo nome viene menzionato nella ballata sulla "Banda dei Vitelli").
Nuove comunicazioni giudiziarie colpiscono poi altri quattro membri della famiglia
Cevasco: Enrico "o merlo", Virgilio "o rango", Attilio
"o carrega" e Valerio.
Alcuni di loro confesseranno che erano entrati nella Resistenza soltanto il
20 aprile del 1945, cinque giorni prima della Liberazione.
Per capire quale fosse il clima di quei giorni, basti pensare che il primo luglio
del 1984, mentre Renato Olcese è sotto interrogatorio da parte del magistrato
in quanto si raccontava che proprio a casa sua, a Sant'Alberto, l'appuntato
Scotti fosse stato torturato e ucciso, improvvisamente viene a sapere che qualcuno
ha appiccato il fuoco alla palazzina. Soltanto per l'aiuto dell'altro
figlio, Alfredo, la vecchia madre non morirà tra le fiamme. L'avvertimento
era palese.
Il 6 luglio vengono eseguiti i primi sei mandati di cattura nei confronti di
Buscaglia, Spallarossa, Calvelli, Ferrari, Amedoro e Attilio Cevasco per "omicidio
premeditato e pluriaggravato nei confronti dell'appuntato Carmine Scotti".
L'indomani parte una nuova comunicazione giudiziaria diretta a Angelo
"o sceriffo" Cevasco, anche lui ex partigiano. Tre giorni dopo Emma
Cevasco, lontana parente della stessa famiglia, non si sa perché, si
uccide buttandosi giù dalla finestra. Abitava proprio di fronte alla
casa di Carmine Scotti.
La battaglia giudiziaria prosegue fino a quando i difensori degli imputati non
si appellano all'indulto voluto nel 1953 dal Presidente della Repubblica
Luigi Einaudi per i reati commessi fino al 18 giugno 1953. E vengono liberati.
Tra l'altro nel corso dell'inchiesta erano venuti fuori altri tre
omicidi misteriosi, cioè quelli del maresciallo Candido Cammeriere e
di Lino Caini, funzionario del Comune di Genova, entrambi collaboratori di Scotti
nelle indagini sulla "banda dei vitelli" nel 1944, e la morte per
ustioni e mutilazioni di Raffaele Cevasco nel 1946. Tutti e tre i delitti erano
coperti dall'indulto del '53.
Ma la strage di Bargagli non era ancora finita. Il 20 marzo del 1985 in una
baracca poco fuori dal paese, viene trovato impiccato al soffitto Francesco
"o bregadé" Pistone. Pare che non ci fossero dubbi sul suicidio,
ma chi poteva dirlo? Fu, comunque, l'ultima morte violenta di quella misteriosa
saga di orrore e crudeltà all'ombra della Resistenza.
L'unica certezza in tutta questa storia resta la sparizione di un tesoro
che in mezzo secolo ha lasciato una scia di sangue lunga 23 omicidi. E ancora
oggi, nonostante quell'incredibile prezzo in vite umane, c'è
chi è disposto a tutto pur di preservare quel terribile segreto.
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Eugenio Ghilarducci, storico della Val Bisagno, rivela una
clamorosa novità:
il tesoro rubato finì quasi certamente nelle casse del Pci
I membri della banda dei vitelli, che i partigiani bianchi
chiamavano "i ladroni",
avevano sottratto il bottino in tre diversi episodi. Salgono a 27 gli omicidi
(Il Giornale, Domenica 6 Maggio 2007)
«Il
tesoro di Bargagli, causa e origine di 27 e non di 23 omicidi, era costituito
dalle banconote della riserva numeraria della Banca d'Italia (provenienti da
Genova) e da sterline d'oro e preziosi razziati agli ebrei
(provenienti da Chiavari). Il tutto per un valore di oltre 130 milioni di lire
di quel tempo, pari a circa sette-otto miliardi di euro attuali.
Ovviamente non ci sono prove, ma a quel tempo si disse che la maggior parte
di questo denaro andò al Pci e solo una minima quota finì nelle
tasche di alcuni pseudo-partigiani».Eugenio Ghilarducci, 73 anni ben portati,
storico e scrittore dell'entroterra, professore volontario di storia nelle
scuole elementari e medie dell'alta Val Bisagno, propone la sua verità
sul giallo più sanguinoso e intricato del ventesimo secolo nella provincia
genovese.
Laureato in lettere con specializzazione in Medievistica, Ghilarducci abita
a Bargagli dal 1980 e conosce da sempre i risvolti di quello che per tutti gli
altri, cioé per coloro che non conoscono il paese e la sua storia, è
soltanto un inestricabile mistero bagnato dal sangue di numerosi ex partigiani,
o presunti tali.
«è necessaria infatti una netta distinzione tra coloro che effettivamente
hanno partecipato alla Resistenza, molte volte pagando con la loro stessa vita,
e chi invece ha utilizzato quel periodo storico per farsi i propri interessi
- esordisce Ghilarducci - Io ovviamente ero troppo piccolo a quel tempo per
fare il partigiano, ma mio padrino lo era così come tante altre persone
che poi ho avuto modo di conoscere. Per cui posso dire che negli anni Quaranta,
in piena Resistenza, si parlava diffusamente dei "ladroni di Bargagli",
cioè di delinquenti comuni che si erano arricchiti macellando e vendendo
carne bovina alla borsa nera. Fu in un secondo tempo che questi uomini si aggregarono
alle formazioni partigiane per non essere perseguiti dalla legge a fine guerra.
E non è un caso che un famoso comandante partigiano di quel tempo, Aldo
Gastaldi, detto "Bisagno", minacciò di portarli tutti in tribunale
a guerra finita. Ma per loro fortuna, e dei loro compagni comunisti, "Bisagno"
morì in un misterioso incidente automobilistico proprio alla fine del
conflitto».I «ladroni di Bargagli», che poi passeranno alla
storia come «la banda dei vitelli», erano quelle sei o sette persone
che innescarono la strage che si è conclusa
nel 1985. Si conoscono i nomi di tutti, ma Ghilarducci non li vuole fare. «Bisogna
ricavarli mettendo insieme i fatti e i processi giudiziari - dice - ma nessuno
può esplicitamente dire chi fossero».E il perché è
presto spiegato. Molti di questi «galantuomini», infatti, sono morti.
Ma alcuni ci sono ancora e, tutti, comunque, hanno una famiglia. Per cui, prima
di lanciare accuse, bisogna avere prove certe... Del resto non bisogna dimenticare
che anche i sei imputati dell'ultimo processo, quello del 1984, già liberati
per l'indulto del '53, vennero poi assolti nel 1989 da una sentenza d'appello
«per non aver commesso il fatto». Con buona pace di quei 27 morti
(23 ufficiali, più quattro che vennero inseriti nella lista diversi anni
dopo) che comunque da qualcuno vennero ammazzati.
Ma veniamo alle rivelazioni che oggi Ghilarducci è disposto a fare.«Premetto - afferma - che ho studiato la storia partigiana molto attentamente e che sono riuscito a ricostruire gli avvenimenti di quei giorni sia tramite la testimonianza diretta di alcuni sopravvissuti, sia avvalendomi dell'aiuto di una mia carissima amica, la scrittrice tedesca Henrike Leonhardt, di Monaco di Baviera, che è riuscita a ottenere dal governo tedesco i documenti della guarnigione che in quegli anni era di stanza nella provincia di Genova. La prima cosa che cambia completamente la storia così come ci è stata tramandata, spesso inquinata da motivazioni politiche che l'hanno completamente stravolta, è che l'attentato alle truppe tedesche del 19 aprile del 1945 non si verificò nè a quella data nè in quei termini. Il giorno esatto in cui un gruppo di civili riuscì a mettere le mani sul tesoro che trasportavano i tedeschi fu il 27 aprile 1945, cioè il giorno della grande resa delle forze nazi-fasciste alla divisione Buffalo dell'esercito americano. Si tratta, in realtà, di tre differenti episodi che però hanno avuto gli stessi protagonisti: i "ladroni di Bargagli". Tutto inizia quando una colonna di 3.175 persone, delle quali circa 800 tedesche e le altre italiane, al comando del colonnello Pasquali della divisione Monterosa, si avvia verso l'entroterra. A bordo di sei camionette, i tedeschi trasportano circa 60 milioni di lire in banconote. Sono stipate dentro cassette militari del tipo portamunizioni e ogni camionetta ne trasporta due, piene di mazzette o rotoli intatti di biglietti da mille o cinquecento lire, fascettati con la dicitura "Riserva numeraria Banca d'Italia", per dieci milioni di lire a vettura. Cinque di queste camionette fanno parte della colonna di mezzi che si sta avviando verso il punto di controllo di Maxena di Bargagli dove i tedeschi si devono incontrare con gli americani per cedere le armi. Le truppe nippo-americane, cioè giapponesi di nascita americana, concedono ai militari italiani e tedeschi l'onore delle armi, consentendo agli ufficiali di mantenere la pistola d'ordinanza fino al punto di smistamento delle truppe. I mezzi arrivarono così a Pannesi di Lumarzo dove la strada, troppo stretta, non era più percorribile con i loro mezzi. Così li abbandonarono in quel punto e, con le sole armi, si avviarono a piedi lungo il bosco della Tecosa, in direzione Maxena».Ed è proprio a questo punto che entrano in ballo i «ladroni di Bargagli» che già dal giorno prima sapevano che le truppe tedesche stavano trasportando un vero e proprio tesoro in banconote.«Quando i tedeschi abbandonarono i mezzi, un gruppo di civili si avvicinò, anche per vedere se c'era qualcosa da portar via - prosegue Ghilarducci - Tra questi uomini c'erano anche quelli della banda dei vitelli che immediatamente si impossessarono delle casse di denaro caricandole su otto cavalli e quattro muli che i tedeschi avevano abbandonato insieme ai mezzi. Visto, però, che qualcuno chiedeva perché si stessero impossessando di quelle casse, i "ladroni" si inventarono che quelle banconote non erano più di corso legale in quanto gli americani, a completamento della loro invasione del territorio italiano, avevano dichiarato il denaro carta straccia. E infatti, davanti alla gente ammutolita, presero alcune banconote da cinquecento lire e le strapparono. Così nessuno si insospettì più di tanto quando sentirono che quel denaro sarebbe stato trasportato nel comando partigiano per essere distrutto».
Tuttavia
le camionette che trasportavano le casse col denaro erano solo cinque. La sesta
che fine aveva fatto? «La sesta - spiega Ghilarducci - aveva sbagliato
strada e si era persa sulle alture di Uscio. In questo caso l'agguato e la sparatoria
probabilmente ci furono davvero, perché la macchina venne trovata la
sera del 27 aprile poco sopra la Colonia Arnaldi, a Uscio: mancavano le casse
con i soldi, le due
ruote anteriori e i tre tedeschi. Di loro non si trovarono neanche i corpi».La
leggenda sul giallo di Bargagli racconta però che, oltre al denaro contante,
i presunti partigiani rubarono ai tedeschi anche oro e preziosi. Che fine fece,
allora, quest'altro tesoro? «Qui entriamo di nuovo nel pieno della
leggenda, cioè del racconto che vuole un attentato dei presunti partigiani
ai tedeschi, con lo sterminio degli stessi - spiega Ghilarducci - In questo
caso non abbiamo alcun tipo di dettaglio. Sappiamo soltanto che la colonna tedesca
stava trasportando altri due colli di grande valore. Il primo era una cassa
militare con gioielli, preziosi e monete d'oro frutto delle razzie e delle
estorsioni fatte agli ebrei. Questo bottino veniva da Chiavari e tutto quello
che sappiamo è che aveva un valore di oltre cinquanta milioni di lire
d'allora. Nella seconda cassa c'erano invece la rimanenza in biglietti
da cinquecento lire italiane e in sterline inglesi d'oro che sino a qualche
giorno prima erano servite alle Brigate Nere di Chiavari per premiare delazioni
e tradimenti. Di quest'ultima non si è mai potuto accertare il
valore, ma si presume che non fosse meno di venti o trenta milioni di lire.
Sparirono entrambe. Si può dunque ipotizzare un agguato al mezzo che
trasportava questo tesoro, con la relativa uccisione dei soldati tedeschi di
scorta. Riassumendo, dunque, i primi cinquanta milioni in banconote vennero
prelevati dopo che i tedeschi avevano abbandonato le casse sui mezzi. Altri
dieci milioni vennero "recuperati" assaltando la sesta camionetta
tedesca. E gli altri settanta o ottanta milioni, infine, furono il bottino di
un agguato che presumibilmente patì la retroguardia tedesca che trasportava
l'oro. è da questi ancora misteriosi episodi che nacque la leggenda
dell'attentato del 19 aprile. Tutto, invece, avvenne nella giornata del
27. E fu allora, quando questo
gruppo di persone si trovò tra le mani un tesoro indicibile per dei privati,
che iniziarono gli omicidi di Bargagli. Prima direttamente tra i componenti
la banda stessa, poi verso i collaterali».
E
a Bargagli nessuno ha mai parlato di chi materialmente si è impossessato
di questa fortuna?«Si fanno solo delle congetture - risponde prudentemente
Ghilarducci - Allora circolava la voce che la maggior parte del gruzzolo fosse
finito nelle casse del Pci, ma nessuno è mai riuscito a dimostrarlo.
Un'altra parte, però, finì anche nelle tasche dei partigiani comunisti.
Ad esempio, si sa che nel dopoguerra qualcuno iniziò a costruire delle
palazzine o ad aprire negozi e ristoranti. Altri si trasferirono e fecero fortuna
altrove. Ma chi può dire se queste cose furono il frutto del tesoro rubato
o di un onesto lavoro? Quello che posso testimoniare è un aneddoto, assolutamente
vero, che negli anni Cinquanta capitò ad un mio amico, l'imprenditore
Franco Del Buono. Un bel giorno si vide arrivare in azienda una vecchina che
conosceva di vista la quale gli mise sulla scrivania una pentolina di terracotta
piena zeppa di sterline d'oro, oltre trecento, chiedendogli se le voleva comprare
a un prezzo di favore. Del Buono gli chiese dove le aveva prese e l'altra, sorridendo,
gli rispose che le aveva da qualche anno e che fino a quel momento non le aveva
mai fatte vedere "perché aveva paura che qualcuno le riconoscesse".
In altre parole, venivano dal tesoro rubato ai tedeschi. Il mio amico capì
subito e non volle concludere l'affare. Mi confidò questo episodio poco
prima di morire. è probabile, dunque, che quella signora abbia trovato
un altro acquirente».
Ghilarducci parla di 27 omicidi, ma se ufficialmente i morti assassinati furono 23 e altri 3 vennero fuori durante il processo del 1984, il 27esimo chi è? «Si chiamava Caria, non ricordo il suo nome di battesimo - risponde lo storico - Un giorno, era il 1981, stavo tornando dall'aver accompagnato mio figlio a scuola, quando appeso ad un balcone vedo un corpo penzolante coperto alla buona con un lenzuolo. Secondo la versione ufficiale dei fatti, la notte precedente quell'uomo aveva deciso di farla finita e si era impiccato al proprio balcone che dava sulla pubblica strada. Ma chi vuole che credesse, in quegli anni, a un suicidio di quel tipo? Dopotutto, era soltanto un nome che si andava ad aggiungere ad una lista già piuttosto lunga. E infatti non fu neanche l'ultimo a morire...».
Sono quasi tutti morti i protagonisti del periodo di sangue
più cruento del dopoguerra e il paese intende voltare pagina
Fino a pochi anni fa parlare pubblicamente dei 27 omicidi
era molto pericoloso.
Oggi i giovani ignorano il passato e pensano solo al futuro
(Il Giornale, Martedì 15 Maggio 2007)
A
Bargagli nessuno parla del «mostro». Nessuno si perde ad analizzare
quei sanguinosi crimini post Resistenza che, complessivamente, portarono a 27
il numero delle persone ammazzate a vario titolo. Nessuno si ricorda di un certo
Carmine Scotti, brigadiere dei Carabinieri e poi partigiano bianco, cui un gruppo
di delinquenti che si misero al collo il fazzoletto rosso dei parigiani comunisti,
fece la festa. Gli cavarono gli occhi, lo misero letteralmente sulla graticola
da vivo e poi lo finirono con un colpo in testa. Ma che importa? è successo
tanti anni fa e poi ne ammazzarono altri 26 dopo di lui... A Bargagli nessuno
parla di quelle morti. A Bargagli nessuno parla.
è una bella giornata di sole, una di quelle che ti riconciliano con la
natura. Anche a Bargagli. Siamo seduti in un tavolo interno del Bar Ciarli,
al centro del paese, e cioé nel locale pubblico che fa anche da edicola e libreria.
Se a Bargagli vuoi prendere un aperitivo o incontrare qualcuno, è dal Bar Ciarli
che devi passare. Anche se c'è da chiedersi che cosa si intenda esattamente
con quel «al centro del paese» visto che Bargagli, a parte le 33 località in
cui sono suddivise le sue cinque frazioni, è fatta soltanto di qualche decina
di case lungo la statale Genova-Torriglia-Piacenza.
Con noi c'è Eugenio Ghilarducci, scrittore e giornalista, autore di diversi
libri di storia locale. Il più recente, «L'ultima missione» (Microart's Edizioni),
verrà presentato a breve e racconta quello che realmente avvenne nella Grande
Resa, cioè il 27 aprile del 1945 quando le truppe nazi-fasciste si arresero
agli americani proprio a Bargagli.
Ghilarducci parla piano, non vuole farsi sentire. «Dovete capire che qui nessuno
vuole dire niente su quei fatti - spiega - Prima di tutto la maggior parte di
coloro che hanno vissuto quel periodo sono morti. I superstiti sono pochi. E
comunque, anche chi sa, non vuole parlare. Ad esempio, qui, seduto ad un tavolo
vicino a noi, c'è il figlio di Pistone, quello che si è impiccato nel 1985.
Se gli domandassimo che cosa ne pensa di tutta questa storia, non direbbe niente.
E non può dire niente. Eppure so che Pistone fu una vittima innocente. Io credo
di sapere il perché si è ucciso...».
E allora perché non lo dice?
«Perchè non posso provare nulla. Qui non si riesce mai a provare nulla. Però
io so per certo che poco prima di fare quella fine, qualcuno disse a Pistone
che volevano colpire i suoi figli. A quel punto non gli rimase molta scelta:
o si uccideva, togliendosi di mezzo, oppure qualcuno avrebbe potuto colpirlo
nei suoi affetti più cari».
Ma perché tutto questo?
«E chi lo sa? Vendette, probabilmente. Forse aveva detto qualcosa che non doveva
a qualcuno che non avrebbe dovuto sapere. E allora non gli restava altra strada...».
Questo significa che qui a Bargagli c'è qualcuno che è libero di terrorizzare
il prossimo minacciandolo di morte, magari poi uccidendolo davvero?
«Beh, le minacce qui ci sono sempre state. Ricordo che nel 1989 un mio
amico venne a dirmi nel massimo segreto che qualcuno voleva farmi fuori per
quanto avevo scritto sugli ex partigiani. Io gli ho risposto che non mi preoccupavo
e, anzi, ho cominciato ad andare avanti e indietro per far vedere a tutti che
non avevo paura. Anche se le mie precauzioni ho dovuto prenderle...».
E cioé come si è difeso?
«Per esempio, nella casa che mi sono fatto a Bargagli, ho messo tre diverse
aperture. In quella della cucina, ho notato che di fronte aveva una collina.
Ciò significa che un tiratore scelto avrebbe potuto sistemarsi da quelle parti
e, da una distanza di 7-800 metri, colpire tranquillamente il suo obiettivo.
Così mi sono fatto sistemare uno spesso vetro antiproiettile che mi permette
di vedere anche l'esterno. Questo tipo di misure sono necessarie qui a Bargagli».
E non l'hanno più disturbata?
«Non direttamente, no. Quando poi ho incontrato l'uomo che mi aveva avvertito
della minaccia, gli ho detto che comunque bisognava vedere chi sparava per primo.
Così, quando hanno capito che non mi lasciavo impresssionare, hanno smesso di
minacciarmi».
Secondo Ghilarducci, anche il barista Federico potrebbe avere qualcosa da raccontare,
«ma c'è troppa gente nel bar». Forse, quando ci sarà un po' più di calma, sarà
disponibile a scambiare due chiacchere. Ma il tempo passa e il bar è sempre
più pieno. Inutile sperare in Federico...
Usciamo. Suggeriamo di andare a parlare con qualcun altro. E arriva il fruttivendolo.
«Che cosa? Cosa volete sapere di Bargagli? - risponde con fare circospetto alla
domanda - No, guardi, io sono qua da soli 15 anni. Non so nulla di tutta questa
storia. Non ho fatto esperienza diretta di quegli anni. Ma non avete nient'altro
da fare, voi?».
Pazienza, non era la persona giusta. Poco dopo due vigili,
un uomo e una donna, ci passano accanto. Ghilarducci lo conoscono tutti da queste
parti, per cui si scambiano due battute. La vigilessa è un funzionario
«in prestito» dal Comune di Genova. L'uomo, invece, è un
trentenne originario di Bargagli. «è parente di partigiani»,
avvisa Ghilarducci, come se la cosa dovesse preoccuparci. «No, non so
niente della vicenda del mostro di Bargagli - spiega il giovane vigile. E pare
sincero - è ovvio che ho sentito tante voci su questa storia, ma non
mi pare che qui nessuno se ne preoccupi più. è morta e sepolta,
ormai. Forse le discussioni tornano a fiorire in occasione del 25 Aprile, ma
si tratta pur sempre di ricordi sbiaditi. Ormai ben pochi sono sopravvissuti
a quei giorni. No, qui nessuno pensa più a quella storia».
Sarà pure così, ma Ghilarducci, che dice le stesse cose, non la racconta giusta.
è cauto, troppo prudente per non far pensare che la longa mano degli
ex partigiani rossi forse potrebbe ancora tornare a colpire. «Da queste parti
- insiste - la gente è diffidente. Non si espone con il primo che capita e meno
che mai si lascia andare a giudizi su quei fatti criminosi. Forse, se uno non
dicesse di essere giornalista, potrebbe ricavare qualcosa di più».
Già, ma rubare commenti e giudizi che poi ci si ritrova sulla stampa, non è
esattamente il massimo dell'etica professionale. Anche se qualche volta può
essere necessario...
Ma che aria tira a Bargagli a livello di forze dell'ordine? Le drammatiche uccisioni
del «mostro» hanno lasciato una scia criminogena nel piccolo paese disteso sulla
statale?
«Direi proprio di no - sostiene Paolo Lucchesi, maresciallo maggiore dei Carabinieri,
nativo di Albenga, in servizio a Bargagli - Io sono qui da oltre dieci anni
e devo dire che il posto è uno dei più tranquilli che io abbia mai incontrato.
Ovviamente con le eccezioni di alcuni fatti di sangue che sono finiti nelle
cronache di tutti i giornali. Vedete, le nuove generazioni ignorano completamente
la storia del "mostro" che ha reso Bargagli tanto famosa nel mondo.
Mi ricordo che qualcuno anni fa mi ha raccontato di essere stato riconosciuto
come residente di Bargagli alla frontiera tra Olanda e Germania. Pensate, i
doganieri conoscevano la storia delle misteriose uccisioni. è quindi
plausibile che i giovani non ne vogliano sentir parlare. La gente è stufa di
queste cose e non gradisce che ogni tanto i giornali ne scrivano. Del resto,
mettetevi nei loro panni: ma vi pare possibile che si debba parlare di Bargagli
soltanto per il "mostro"? è dunque ovvio che poi ci sia molta
soddisfazione tra i residenti quando qualcuno, come è successo recentemente,
appare sulle televisioni nazionali per parlare delle iniziative positive del
paese. Ormai la gente di qui vuole guardare avanti, non indietro. I partigiani,
il tesoro rubato, i tedeschi e tutti quegli omicidi appartengono ormai al passato,
un terribile passato, ma pur sempre un passato».
Parole sante, non c'è che dire. Ma a sentire Ghilarducci, qualche dubbio rimane.
«Qui a Bargagli - aggiunge lo scrittore - c'è una categoria che è particolarmente
sentita e rispettata: quella dei cacciatori. E sapete perché? Perché sono armati,
ecco perché. Dispongono di un'arma con cui possono farsi valere, mentre gli
altri sono svantaggiati rispetto a loro. Ma vi pare una cosa normale?».