Quando l’insulto diventa
un’arma politica

Le falsità di Marco Travaglio ad “Annozero” di Santoro

C'è qualcuno che si è messo in testa di affibbiarmi una popolarità negativa che assolutamente non merito. Mi riferisco alla trasmissione di “Annozero” di giovedì 13 novembre 2008 durante la quale il “signor” Marco Travaglio, professionista dell'insulto senza replica e specialista nel buttare fango sull'altrui reputazione, mi ha pubblicamente dileggiato, riservandomi un attacco personale e politico che mai più mi sarei aspettato. Dal momento che mi ritengo un professionista serio, e durante la mia lunga attività di giornalista ho sempre cercato di essere corretto e scrupoloso, mi sento in dovere di far conoscere ai miei lettori la verità su questa incresciosa vicenda. Anche perché non ritengo possa essere permesso a una congrega come quella di Santoro e compari di sbeffeggiare e diffamare chiunque sulla televisione di Stato. A parte il fatto che questa vicenda avrà un inevitabile strascico in tribunale, dove Travaglio dovrà rendere conto del suo comportamento, vorrei adesso spiegarvi come sono andate realmente le cose.
Partiamo dalle intercettazioni. Alla fine del dicembre 2007 ho lasciato “Il Giornale” in attesa di prepensionamento. Non ho mai nascosto la mia intenzione di voler continuare a condurre una vita professionalmente attiva, per cui non mi ha affatto stupito che qualcuno mi abbia segnalato all'Autorità portuale per una collaborazione a tempo determinato nell'Agenzia del Waterfront. Per la precisione, dovevo occuparmi di promuovere l'immagine del Waterfront, cioè il progetto donato da Renzo Piano a Genova, all'estero. In pratica, dovevo sostituire (in forma part-time e senza vincoli di orario) una persona (impiegata a tempo pieno) che già da tempo doveva essere trasferita a Palazzo San Giorgio, sede dell'Autorità Portuale. Persona che, detto per inciso, poi è stata regolarmente trasferita. L'idea era dunque di risparmiare sui costi, non di aggravarli. In tutto ho collaborato con l'Agenzia del Waterfront dal 7 gennaio 2008 al 18 febbraio 2008.
Il problema è che chi parlava di me nelle intercettazioni, mi definiva “pensionato”. Ma io non lo ero affatto, in quanto il governo ha approvato i prepensionamenti del “Giornale” con il decreto n.43799 dell'1/7/2008 e l'accoglimento della mia domanda di pensione di vecchiaia anticipata mi è stata comunicata dall'Istituto Nazionale di Previdenza dei Giornalisti Italiani con raccomandata del 16/9/2008. Per cui, a tutti gli effetti legali, fino a settembre io ero un dipendente in stand-by, in attesa di prepensionamento. Tanto è vero che, come gli altri miei colleghi, avevo una lettera-paracadute da parte dell'amministrazione del “Giornale” in cui si diceva che sarei stato reintegrato nella mia posizione d'origine se il Governo non avesse approvato lo stato di crisi e, quindi, i pensionamenti.
Invece, Travaglio, prendendo per oro colato quanto c'era scritto nelle intercettazioni (documenti che, a dispetto di qualunque segreto istruttorio, qualcuno ha fatto scivolare nelle tasche di giornalisti compiacenti), non ha verificato nulla e mi ha definito come uno “che ha già la pensione, ma deve integrarla, naturalmente, a spese del contribuente”. Si dà il caso, però, che io non avessi proprio nulla da integrare, in quanto la prima rata di pensione l'ho ricevuta solo a settembre. E comunque non ho mai avuto un solo euro dall'Autorità Portuale.
Ma questa non è l'unica falsità che mi è stata attribuita.
All'inizio del suo sproloquio, Travaglio fa capire che Giovanni Novi, allora presidente dell'Autorità Portuale, non mi conosceva. Infatti, sempre secondo le intercettazioni, avrebbe chiesto a Danilo Cabona, responsabile dell'Ufficio Stampa, se avesse un mio curriculum. Anche questa è una falsità palese, che ci sia o non ci sia nelle intercettazioni. Infatti Giovanni Novi è stato uno dei sei relatori che il 20 novembre del 2006 a Villa Spinola, a Genova, hanno presentato il mio libro “Oltre l'Orizzonte – Dal passato al futuro nell'avventura politica di Claudio Scajola”. Gli altri erano Gianni Baget Bozzo; il professor Piergiorgio Alberti, docente presso l'Università di Genova; il dottor Giovanni Berneschi, presidente di Banca Carige; il professor Bruno Orsini, ex parlamentare ed ex Sottogretario; l'ingegner Davide Viziano, presidente del Gruppo Viziano. Come si fa, dunque, a sostenere che alla fine del 2007, epoca delle intercettazioni, Novi non mi conoscesse?
E passiamo al mio periodo in porto. In tutto, dicevo prima, ho collaborato per 43 giorni: dal 7 gennaio al 18 febbraio 2008. In quel periodo ho partecipato a riunioni, fatto ricerche e scritto relazioni. A metà febbraio, quando è scoppiato il caso porto e Novi è stato posto agli arresti domiciliari (soltanto nel 2010 è stato completamente scagionato dalle pesanti accuse che gli erano state mosse), per correttezza ho immediatamente rinunciato al mio incarico inviando, in data 18 febbraio 2008, una lettera di dimissioni al neo presidente nominato, dottor Luigi Merlo. In tale lettera specificavo di non voler essere pagato per il mio periodo di collaborazione nell'Agenzia del Waterfront, in quanto non avevo completato il progetto per il quale ero stato chiamato a collaborare. Il presidente Merlo mi ha risposto con una raccomandata del 25 febbraio 2008 nella quale mi ringraziava “per la sensibilità dimostrata nel rimettere il mandato che mi era stato conferito nell'ambito dell'Agenzia del Waterfront”. Dunque, tanto per ribadirlo a chiare lettere, non ho mai percepito un singolo centesimo per la mia breve esperienza lavorativa in ambito portuale.
Tutto questo, però, non appare affatto nel quadro denigratorio che Travaglio ha dipinto ad “Annozero”. Tra l'altro, prima di essere attaccato su questo “bel” programma della Rai, ho ricevuto altre attenzioni del genere da parte di quotidiani come “Il Secolo XIX” e “La Stampa”. Soprattutto il cronista di quest'ultima, Ferruccio Sansa (amico di Travaglio e oggi cronista del "Il Fatto"), mi ha attaccato senza nemmeno prendersi la briga di sentirmi e informarsi su quella che era la mia versione dei fatti. Su mia insistenza, mercoledì 26 novembre 2008 a pagina 28 della "Stampa" è stata pubblicata la mia lettera di replica a Sansa. Ovviamente, come sempre succede in questi casi, Sansa ha aggiunto la sua risposta. Solo che ha avuto la sfrontatezza di dire che io non smentivo nulla del suo articolo, che lui mi aveva già sentito a inizio anno e io stesso avevo ammesso di essere stato segnalato dall'On. Scajola. L'unica cosa vera è che all'inizio di febbraio Sansa mi aveva chiamato, quale cronista del "Secolo XIX", per il quale allora lavorava, per chiedermi se collaboravo con l'Agenzia del Waterfront. E io non ebbi difficoltà a dire di sì. Ma mi rifiutati di rispondere alla domanda se qualcuno mi aveva segnalato all'Autorità Portuale per il semplice motivo che, non conoscendo i testi delle intercettazioni, non lo sapevo. Non feci dunque alcun nome, nè diedi molto peso a quella telefonata in quanto non avevo nulla a che fare con l'inchiesta sul porto. Dopodiché non l'ho più sentito. Per cui lui ignorava che avessi dato le dimissioni e che me ne fossi andato senza nulla pretendere.
Perché, dunque, tutto questo accanimento nei miei confronti, visto che non sono nemmeno indagato per il caso porto, al quale sono completamente estraneo, né ho incarichi pubblici o politici? La risposta sta tutta nel fatto che è in corso una ben orchestrata campagna stampa contro l'On. Claudio Scajola e ogni spunto, anche il più innocente e banale, viene strumentalizzato per cercare di colpirlo. La mia vera colpa, agli occhi di certi rappresentanti del giornalismo più becero e fazioso che esiste in questo Paese, è solo quella di aver raccontato in un libro la storia di Scajola. Un libro che, tra l'altro, fa parte della Collana Controtempo della De Ferrarii Editore, in cui figurano anche le biografie dell'ex sindaco e magistrato Adriano Sansa, dell'ex sindaco e uomo politico Leoluca Orlando, del "prete da marciapiede" Don Gallo, del campionissimo Fausto Coppi, della "signora della solidarietà" Bianca Costa e del cardinale Tarcisio Bertone. Cosa c'è di strano, quindi, che un editore abbia voluto inserire in questa sua collana un personaggio politico di primaria importanza come Claudio Scajola? Nulla, se non il fatto che il libro permette di conoscere meglio, ed eventualmente di apprezzare, gli aspetti meno conosciuti dell'uomo.
Chi ha letto il libro sa, ad esempio, che la famiglia Scajola è da sempre antifascista. Il padre Ferdinando, primo sindaco democristiano del dopoguerra a Imperia, è stato a lungo perseguitato dai nazi-fascisti. E anche i figli Alessandro e Claudio, entrambi sindaci e parlamentari, hanno sempre dimostrato una forte dedizione alle istituzioni democratiche. E questo li rende ben poco attaccabili da parte di una certa sinistra.
Per cui, solo per aver fatto il mio lavoro di cronista e di avere lavorato in un giornale di area, adesso sto pagando lo scotto di un'immagine negativa che, ripeto, non merito assolutamente.
Ma vorrei concludere con una piccola riflessione sull'opera di Travaglio. Recentemente questo “signore” ha pubblicato un libro dal titolo “La scomparsa dei fatti” (Gruppo Editoriale Il Saggiatore), nel quale lamenta che i giornali italiani aboliscono le notizie per non disturbare le opinioni. Devo dire che, come giornalista, condivido l'analisi di Travaglio. Anch'io sono convinto che da circa quindici anni buona parte del giornalismo italiano sia diventato solo veicolo di propaganda. A questo punto, però, uno come lui che si erge a censore dei pubblici costumi e del lavoro degli altri colleghi, dovrebbe comportarsi di conseguenza. Non basta dire, infatti, che gli “altri” non rispettano i fatti. Dovrebbe essere lui il primo a farlo, a dare l'esempio. Ma rispettare i fatti significa soprattutto verificarli prima di renderli pubblici. Cosa che io ho sempre fatto. Come diceva infatti Joseph Pulitzer, il giornalista ungherese naturalizzato americano che può essere definito il precursore del moderno giornalismo d'inchiesta, ampiamente citato nel libro di Travaglio, il giornalismo ha tre regole d'oro: verificare, verificare e verificare. Nel mio caso, invece, Travaglio non ha verificato assolutamente nulla: da buon burocrate, si è fidato delle intercettazioni, infischiandosene del fatto se quelle conversazioni telefoniche rubate corrispondessero o meno alla realtà delle cose. Forse la colpa è della sua scarsa conoscenza dell'inglese. Evidentemente, deve aver creduto che le tre regole d'oro di Pulitzer fossero: diffamare, diffamare e diffamare.

RDS

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